Omaggio a Carlo Calabrò, il Grand Commis del Consiglio Regionale

Sulle alture di Reggio Calabria c’è un balcone con una veduta amena sullo Stretto che custodisce l’urna delle ceneri di Carlo Calabrò, profumata di fiori e di bergamotto.

Carlo, già segretario generale del Consiglio regionale della Calabria, se n’è andato il 23 ottobre scorso e se n’è andato all’improvviso, inaspettatamente, quasi di nascosto senza dar la possibilità neppure ad Anna – sua moglie adorata, compagna ideale, amante appassionata e amica geniale – di poter navigare e incantarsi nel suo sguardo sapiente e talvolta beffardo per l’ultima volta.

La donna avrebbe voluto dargli come minimo un bacio per trattenerne un’ultima scintilla d’amore; di quell’amore sapienziale che li unì in una sola carne decenni addietro.

Ma non è stato così il distacco: Carlo se n’è andato in silenzio, come silente volava via la notte reggina.

E come per riprendersi quelle ultime ore non vissute, la donna ne sorregge adesso l’urna con un abbraccio tenerissimo. Sono lunghissime ore di dolore, di sofferenze e di affanni.  Cambia così postura e con le mani sottili  e protese insieme alle sue ciocche di seta, e di donna innamorata, ne accarezza l’urna dei suoi resti – il suo ultimo intimo nido e il suo guscio eterno – che ogni giorno e per tutti i giorni che verranno s’affaccia inalterabile sullo Stretto. E sulla sua magia. Mentre risuonano candidi sospiri di passione d’un legame che diviene eterno, nato da un amore fatto di affinità e sensibilità condivise.

Di Carlo Calabrò ne ha scritto Antonella Chiantella con tratti delicatissimi e toni teneri e struggenti in una lettera ad Anna, poi firmata anche da tutti i dipendenti – di ieri e di oggi – del Settore Segreteria Assemblea del Consiglio Regionale della Calabria.

Ne ha ricordato “l’uomo di straordinarie competenze, di grande cultura, di profondo spessore umano e professionale.” E quella  porta del suo ufficio sempre aperta che raccontava “la sua disponibilità ad ascoltare, la sua attenzione verso gli altri, il suo desiderio di essere utile e di lavorare per il bene comune.”

Con le sue tre lauree – in giurisprudenza, in scienze politiche e in filosofia – e con la sua vasta cultura amava però definirsi un operaio o,  tutt’al più, un modesto artigiano.

Fu invece un fondamentale costruttore dell’apparato organizzativo e burocratico (nel senso più alto del termine) della massima Assemblea elettiva regionale con l’allestimento di strutture amministrative e servizi avanzati a supporto dell’attività legislativa. Insomma, fu il “Grand commis”, vale a dire un eminente e grande protagonista del processo di costruzione e ammodernamento dell’Istituzione regionale, pur indossando sempre i panni dell’umile servitore dello Stato. Anzi… del Consiglio Regionale della Calabria.

Con la sua umiltà dipingeva il suo e il nostro cielo quotidiano di una nobiltà assoluta e gioiosa. E di questo chi ha avuto l’onore di lavorarci accanto – e siamo stati in tanti – vuole rendergliene merito e lode.

Grazie Carlo.