Ciao Antonio, mio compagno di briscola

Foto di Mariarosaria Bruno

Era uno di quei giorni prima di Natale: le donne di casa erano tutte intente a portare a tavola il meglio delle delizie e delle bontà natalizie. Così tutt’intorno alla grande sala in casa di Pantaleo le vedevi ora tutte indaffarate, chi con le mani inguainate di erbe per le insalate, chi a sgocciolare doratissime crespelle o sfumare con un ultima glassa di cotto di fichi ‘i turdiddri.

Erano gesti di antica sapienza che, forse senza saperlo, le donne replicavano con la stessa squisita grazia che fu della loro mamma, Chiarina, quando la vigilia di Natale, e prima ancora in quella dell’Immacolata, schiacciava e stendeva l’impasto con calma e premura contadina per regalare ai suoi figli il profumo e la bellezza delle feste natalizie.

Li ricordo tutti insieme in una di quelle vigilie di molti anni addietro che stavano intorno a Lei ad aspettare ‘i grispeddrri che via via prendevano, dalle sue mani generose, quelle strane e magiche forme, e mai nessuna uguale all’altra, per essere addentate ancora “vruscenti”, ma con gioia infinita e croccante dai suoi bimbi: Pantaleo, Giuseppe, Sonia, Massimo e Maria Rosaria.

Antonio, il caro marito dal tratto dolcissimo anche quando era reduce e sfinito da giornate di fatiche inenarrabili, non mancava mai di regalare il suo timido sorriso e al tempo stesso di afferrare il bottiglione di vino, quello che veniva dalle vigne terrazzate che coltivava con amore, per offrirlo agli ospiti abituali (i parenti e i vicini) e a quelli occasionali, ma sempre graditi.

A tutti dava il suo cuore, il suo vino, il suo tutto. A tutti, indifferentemente, dava il suo grande e piccolo mondo contadino.

Nel cuore dei vicoli di Malvito avevo imparato insieme agli altri ragazzi a giocare a briscola. Ma il gioco a carte non avrebbe poi trovato con me il migliore interprete o compagno, né alcun abituale esercizio.

Poi, quella sera di alcuni anni fa da Pantaleo, mentre le donne erano intente nei loro lavori, Antonio chiese a me di essere suo compagno di briscola contro le altre coppie che si alternavano in un cantuccio di tavolo a sfidare i vincitori. Era una girandola di vincite e rivincite, di momenti di gioia e sorrisi, imprecazioni e mugugni. E si cambiava di posto attorno al tavolo, come da una giostrina quando da bambini si scendeva e si saliva velocemente.

Ero perplesso, pensavo di non ricordarne più il gioco colle sue regole. Ma lui mi rassicurò. Si distribuirono le carte e, via via che le figure si appalesavano tra le sue mani, riusciva sempre a trovare il tempo e lo spazio per far giungere a me le sue intenzioni di gioco.  Avrei saputo così le sue figure – l’asso, il tre o il re – dal suo volto di funambolico mimo con un secco e rapido segnale senza farsi mai vedere dalla coppia avversaria.

Con una fulminea smorfia che, come un doppio e combinato segnale, storceva il viso e faceva l’occhiolino, diveniva padrone assoluto del gioco con l’asso e il tre tra le mani. Non c’era più partita. Altre volte bleffava come il divino Zeus quando seduceva le sue prede. E sapeva farlo anch’egli  magnificamente. Come un dio.

E quella sera, come sempre, tra partite vinte e perse continuò per tutto il tempo a regalarci convenzionali segnali di gioco insieme a sorrisi e perle di umanità, benché la malattia lo tenesse già prigioniero.

Fu la mia prima e ultima giocata da adulto. Ma conserverò sempre il tratto dolce e timido di Te, caro Antonio, oggi che hai deciso di rompere le catene della tua durissima prigionia e volare in Cielo, dove ti aspetta il volto di santa beatitudine di Chiarina.