Ieri nella chiesa di San Michele Arcangelo a Malvito sono stati celebrati i funerali di mia madre. Ne pubblico qui il testo della mia orazione:
Grazie al parroco, Don Pier Paolo Lippo, per la bella e toccante omelia; e grazie al coro: la tradizione che a Malvito continua meravigliosamente.
Grazie a tutti voi, a nome mio e di Irene, Michelino e Walter, per la vostra presenza e partecipazione a questa manifestazione di cordoglio e di preghiera; grazie inoltre a tutti quelli che hanno scritto sui social – come a tutti quelli che hanno espresso pensieri e ricordi – di stima e affetto intorno alla nostra Rosina.
Le mamme non hanno età: e la sua più che veneranda età è per noi solo motivo, non pretesto, per ringraziare il Signore per avercela data per così lungo tempo.
Di mia madre parlerò leggendo, nella prima parte, alcune poesie che offrono il suo profilo da un angolo di vista speciale: quello del figlio dopo questi ultimi 43 giorni di dolorosa agonia.
Ma di una cosa, al di là dei versi, sono e siamo certi: che nostra madre – Rusineddra come la chiamavano tutti – era una persona che aveva fatto dei suoi modi garbati e della sua semplicità il tratto caratteristico della sua vita straordinaria e speciale di donna comune.
“Ascolterò in eterno
La tua voce da soprano
E per mano ti porterò…
Sì, per mano ti porterò
Dove vuoi tu.
Ti porterò tra le quiete
E allungate
Ombre delle case
Dei nostri tardi
E assorti
E disperati
Meriggi roventi
E di luce calda
Adamantina
Coi conforti di timide frescure d’alberi
E di lacrime inghiottite
Nei risvolti silenti di Cielo
Che ricordano quel timbro
Chiaro e cristallino
Squillante quando serviva
Ch’era solo tuo
Inequivocabilmente tuo
Nei canti liturgici
E negli inni al Signore
Tra nuvole d’incenso
E fumo di candele.”
Ho continuato quindi a scrivere:
“Sei volata in Cielo
Eppure, già ti sento
Che mi cammini accanto
Come grano che nasce
Muore
E rinasce
Per nutrirmi ancora.
Eppure, Madre
Io ti darei i miei occhi
per guardare ancora ancora e ancora
Le aurore arrampicarsi
Alle inferriate del tuo balcone
E nel tardo meriggio
Gli infuocati tramonti
E poi le dolci ciprie notturne
E gli sguardi arditi del cielo stellato
Su di Te.
E solo su di Te
Rinata
Estasiata
Rapita.”
I versi sciolti che seguono si sono invece impressi nella mia mente l’altra sera quando Lei, senza più vita, era con me che tornava a casa. Rintanato nei miei silenzi ne ho scritto i versi, poi trascritti nella notte, quando immaginavo che il rito delle esequie avrebbe avuto luogo nel tardo pomeriggio del giorno successivo:
“Ci porti a piedi nudi
Per dolorosi sentieri
Di lame affilate e di spine
Tra lune e soli nascosti
Di soffuse luci meridiane
Ombre allungate di cipressi
Freddi imbiancati sepolcri
E stratificate antiche preghiere
Come incorruttibili grani di rosario
Snocciolati ad uno ad uno
Nella ridda dei lamenti
E delle invocate purificazioni
Perché Tu possa vegliarci sempre dal grembo
Eterno dei fausti diademi di Cielo
E ancora ancora ancora
Staremo insieme nelle sere infinite
che Dio vorrà concederci
Coi nostri silenzi
Le nostre preghiere
E i tuoi occhi d’azzurro carta da zucchero.
Ma io so che Tu, Madre, vuoi che io dica:
I tuoi occhi d’azzurro…
D’azzurro come azzurro è il nastro che cinge la Vergine di Lourdes.”
Infine, c’è un breve racconto che spero di farcela a leggerlo:
Australia 1970: un uomo lascia la città di Adelaide e la sua famiglia per sfidare le polveri roventi del Grande Deserto Australiano dove la Snam Progetti sta costruendo un grande metanodotto.
A causa delle proibitive condizioni climatiche, sono pochi quelli che vogliono andarci a lavorare.
L’uomo non è più coraggioso degli altri. Ma la sua famiglia ha bisogno di quel pugno di dollari in più.
Ad Adelaide la donna dell’uomo, che lavora nel deserto, ha trovato un lavoro presso il quartier generale della Croce Rossa Australiana come addetta alle pulizie: un lavoro che la stessa donna considera una benedizione di Dio.
Inizia a lavorare alle quattro del pomeriggio, quando chiudono gli uffici, e termina poco prima della mezzanotte in tempo utile per prendere l’ultimo treno che corre verso l’oceano per tornare a casa nei pressi di una stazioncina intermedia.
Adelaide è una metropoli tranquilla. Ma quando è notte fonda circolano per le strade gruppi di uomini che escono ubriachi fradici dai pub e dalle birrerie.
Perciò, a quell’ora, non è consigliabile per una giovane donna avventurarsi da sola per le strade della città.
Ne parla, ma senza fare troppo riferimento ai rischi della strada, col suo primogenito – che poi è poco più di un bambino di dodici anni d’età – che si dichiara disponibile a fare da ometto di casa e cavaliere.
Anzi, ne è quasi contento.
Così, la donna ogni pomeriggio prima delle tre, cioè prima di prendere il treno che la porta nella city, lascia tutto preparato per la cena dei suoi quattro figli: tre maschietti e una femminuccia. Questi tornano da scuola intorno alle quattro e mezzo: la bambina, secondogenita, provvede a scaldare il cibo, fare le porzioni e poi pulire con cura la cucina. Mentre il primogenito, finito di cenare, prende i suoi libri e i suoi quaderni, e si avvia verso la stazioncina per salire sul primo treno utile per raggiungere ogni sera la city e il quartier generale della Croce Rossa Australiana, su di un grande vialone, dove lavora sua madre.
A parte le prime e curiose avventure del ragazzino con attenti capotreni e puntuali poliziotti, che lo fermano e lo interrogano perché trovano anomalo che un ragazzino si muova da solo a sera inoltrata, il bambino riesce comunque a compiere a meraviglia questa prima parte del compito: raggiungere il centro di Adelaide coi suoi palazzi e grattacieli.
I poliziotti come i ferrovieri – al secondo o terzo controllo – lo indicano semplicemente e quasi con una certa familiarità come the italian kid… il ragazzino italiano… quello che aiuta la mamma alla Croce Rossa.
Così, ogni sera il ragazzino spinge il pesante portone del palazzo, se lo getta alle spalle e sale per le scale a incontrare , in uno dei piani intermedi, sua madre, quando la donna ha già svolto buona parte del suo lavoro di pulizia e di sanificazione dei locali.
Il ragazzino l’aiuta ora svuotando i cestini e togliendo la polvere accuratamente, senza toccare alcun foglio di carta o fascicolo e neppure uno di quei telefoni neri a disco rotante che trova sui tavoli di questi uffici open space all’americana.
Poi ne sceglie uno su cui fare i compiti a casa – il noto homework che in questo caso diviene i compiti in ufficio – e si esercita.
Ma c’è un “ma”… c’è un “ma” che giganteggia.
Ma quasi tutte le sere ad una certa ora il ragazzino crolla sotto il peso del sonno che, come un grande macigno, lo piega sopra le sue braccia che gli fanno da cuscino.
Prima di mezzanotte la donna lo sveglia: è tempo di andare. Ma il bambino fa fatica ad alzarsi. O meglio a sollevarsi dal piano della scrivania su cui la sua testa è pesantemente inchiodata.
A volte la donna si dispera e lo invoca in dialetto perché spera che la lingua materna abbia poteri ed effetti liberatori e risolutivi: “ Manìati, sùmati! Manìati … manìati ca pirdimu ‘u trenu” gli dice scuotendolo.
Dobbiamo tornare a casa.
“Ehhh jiamu!?” aggiunge preoccupata la donna.
Qualche volta gli prende le braccia dormienti e se lo cinge alla vita e lo trascina. O lo scuote con veemente dolcezza per scrollargli di dosso il torpore del sonno sino a gettarsi col bambino sulla North Terrace Road, una grande arteria cittadina.
C’è ancora un pezzo di strada da fare per raggiungere la stazione centrale e salire sul treno di mezzanotte… l’ultimo treno che, sferragliando, corre verso l’oceano. E quel treno non aspetta: si va e si corre a gambe levate!
Madre, quel treno di mezzanotte… quell’ultimo treno… quel treno dei tuoi desideri, che univa e teneva insieme il tuo lavoro – benedetto da Dio – e i tuoi figli non l’abbiamo mai perso.
Siamo tornati a casa ogni notte.
Ogni notte siamo tornati a casa sotto la Croce del Sud che illuminava il nostro cammino.
Per merito tuo all’una di notte – tutte le notti – eravamo sempre di ritorno; per merito tuo perché sulle tue gambe – ora piene di piaghe – correvano svelti quattro polmoni e due cuori per ricongiungersi a quelli di Irene, Michelino e Walter, rimasti soli a casa.
Madre, in questo nostro tempo sospeso tra Cielo e Terra che ci rimane da vivere, c’è ancora un altro treno: quando viene il mio momento vieni tu a prendermi alla stazione del Paradiso.
E non fare come stavolta… non fare come stavolta che ti sei resa irriconoscibile.
E se sarà notte fonda, dammi un segno della tua luce, magari un sorriso di luce perché io possa riconoscerti. Poiché io solo quella luce… solo la tua luce voglio poter seguire.
