Omaggio a Carlo Calabrò, il Grand Commis del Consiglio Regionale

Sulle alture di Reggio Calabria c’è un balcone con una veduta amena sullo Stretto che custodisce l’urna delle ceneri di Carlo Calabrò, profumata di fiori e di bergamotto.

Carlo, già segretario generale del Consiglio regionale della Calabria, se n’è andato il 23 ottobre scorso e se n’è andato all’improvviso, inaspettatamente, quasi di nascosto senza dar la possibilità neppure ad Anna – sua moglie adorata, compagna ideale, amante appassionata e amica geniale – di poter navigare e incantarsi nel suo sguardo sapiente e talvolta beffardo per l’ultima volta.

La donna avrebbe voluto dargli come minimo un bacio per trattenerne un’ultima scintilla d’amore; di quell’amore sapienziale che li unì in una sola carne decenni addietro.

Ma non è stato così il distacco: Carlo se n’è andato in silenzio, come silente volava via la notte reggina.

E come per riprendersi quelle ultime ore non vissute, la donna ne sorregge adesso l’urna con un abbraccio tenerissimo. Sono lunghissime ore di dolore, di sofferenze e di affanni.  Cambia così postura e con le mani sottili  e protese insieme alle sue ciocche di seta, e di donna innamorata, ne accarezza l’urna dei suoi resti – il suo ultimo intimo nido e il suo guscio eterno – che ogni giorno e per tutti i giorni che verranno s’affaccia inalterabile sullo Stretto. E sulla sua magia. Mentre risuonano candidi sospiri di passione d’un legame che diviene eterno, nato da un amore fatto di affinità e sensibilità condivise.

Di Carlo Calabrò ne ha scritto Antonella Chiantella con tratti delicatissimi e toni teneri e struggenti in una lettera ad Anna, poi firmata anche da tutti i dipendenti – di ieri e di oggi – del Settore Segreteria Assemblea del Consiglio Regionale della Calabria.

Ne ha ricordato “l’uomo di straordinarie competenze, di grande cultura, di profondo spessore umano e professionale.” E quella  porta del suo ufficio sempre aperta che raccontava “la sua disponibilità ad ascoltare, la sua attenzione verso gli altri, il suo desiderio di essere utile e di lavorare per il bene comune.”

Con le sue tre lauree – in giurisprudenza, in scienze politiche e in filosofia – e con la sua vasta cultura amava però definirsi un operaio o,  tutt’al più, un modesto artigiano.

Fu invece un fondamentale costruttore dell’apparato organizzativo e burocratico (nel senso più alto del termine) della massima Assemblea elettiva regionale con l’allestimento di strutture amministrative e servizi avanzati a supporto dell’attività legislativa. Insomma, fu il “Grand commis”, vale a dire un eminente e grande protagonista del processo di costruzione e ammodernamento dell’Istituzione regionale, pur indossando sempre i panni dell’umile servitore dello Stato. Anzi… del Consiglio Regionale della Calabria.

Con la sua umiltà dipingeva il suo e il nostro cielo quotidiano di una nobiltà assoluta e gioiosa. E di questo chi ha avuto l’onore di lavorarci accanto – e siamo stati in tanti – vuole rendergliene merito e lode.

Grazie Carlo.

Pietro Midaglia aveva un animo grande

Se n’è andato Pietro Midaglia, una delle migliori persone che io abbia mai conosciuto.

Tanti sono stati con lui i momenti di appassionato confronto sia nella vita politica (per il suo ruolo di dirigente del PCI e poi di segretario di federazione del PDS) sia per la carica di sindaco di Sangineto che ricoprì a cavallo degli anni Ottanta e Novanta del Novecento.

Tra i tanti momenti belli ne voglio però ricordare quella volta a Torino nella seconda metà del mese di ottobre del 1988 quando partecipammo tutti e due (lui da sindaco di Sangineto e io di Malvito) ai lavori della Assemblea annuale dei sindaci che avrebbe trattato in lungo e in largo i temi della Riforma delle autonomie locali, poi portata a casa nel 1990 col nuovo Testo unico delle leggi sugli enti locali.

A introdurre i lavori fu Riccardo Triglia, presidente dell’Anci nonché sindaco di un comune di poche anime in Piemonte. La sua relazione introduttiva, ch’era il frutto certamente di un modo unitario di agire in quell’epoca nelle Istituzioni, benché fortemente ancorata alla sua visione e vocazione democristiana – che trovavamo in qualche tratto urticante – non ci entusiasmò particolarmente.

Tuttavia, il dibattito e il confronto che ne seguirono furono una base utile per il legislatore e, poi, quella stessa impostazione di idee e concetti fu tenuta in seria considerazione da parte degli stessi Consigli comunali che nelle fasi di adozione e approvazione dei relativi Statuti diedero – il più delle volte – ampia prova di partecipazione e di approfondimento dei temi, oltre che una naturale e nuova visione del futuro che aspettava di fare ingresso nella vita delle comunità locali.

Pietro – lo ricordo bene – considerò assai favorevolmente il lavoro svolto al riguardo a Malvito sia per le tante tornate consiliari dedicate al dibattito sullo Statuto sia per le ben sei assemblee popolari tenute anche nelle contrade sul nuovo modo di intendere e di gestire le autonomie comunali.

Ma, per tornare all’Assemblea dei sindaci di Torino del 1988, ricordo che tra le varie iniziative cui partecipammo fino a notte fonda ci fu in uno spazio del Lingotto – lo storico stabilimento della Fiat – la presentazione “Per una cultura di governo della città”, il bel libro di Diego Novelli, già sindaco di Torino i cui cittadini continuavano a considerarlo un intoccabile e straordinario mito. Mentre a parlare del suo libro era venuto Leoluca Orlando, sindaco democristiano di Palermo dal tratto innovatore e rivoluzionario nella Sicilia di quegli anni.

Ascoltare entrambi fu entusiasmante. Fu davvero assai piacevole. Si andò avanti fin oltre la mezzanotte, cosicché, spente le luci del Lingotto, io e Pietro ci ritrovammo sull’adiacente vialone che portava verso il centro della città, ma senza più autobus in servizio: l’ultimo aveva fatto la sua corsa mezz’ora prima.

Diego Novelli passò davanti il cancello del Lingotto col suo inconfondibile maggiolone bianco e ci offrì un passaggio: io presi posto sul sedile dietro facendomi largo tra una selva di giornali e di libri, mentre Pietro prese posto di fianco all’ex sindaco di Torino, che era alla guida, e che a quella tarda ora si rivelò per noi non solo un mito, ma anche un uomo generosissimo e prezioso.

Pietro, com’era suo stile, si mise a parlare e a chiedere. Mentre l’ex sindaco di Torino non si risparmiava. Pietro incalzava e Novelli via via rispondeva alle curiosità che venivano più da Pietro che da me.

Per non perderci il dibattito sui temi della Riforma e poi per partecipare alla presentazione del libro, io e Pietro non avevamo cenato.

Diego Novelli intuì che avremmo dovuto cercare un locale aperto e, giunti in centro città, entrammo tutti e tre in uno di questi, ancora aperti, per un pasto frugale.

Novelli continuò a parlare e parlò anche di Berlinguer  e della vita del partito ai tempi del centralismo democratico e di cose – che evidentemente potevano essere narrate – perché in parte conosciute e in parte no, ma “innocue”. Non strettamente riservate.

E quei racconti – tra aneddoti e storie note ma rivissute con la testimonianza diretta di un eccellente protagonista – li immagazzinammo nel nostro vissuto politico.

Con Pietro ne ricordammo, varie volte, quella notte senza pullman, ma col vecchio maggiolone in compagnia di Diego Novelli, l’ex mitico sindaco di Torino.

Fu – caro Pietro – una bellissima esperienza. Come assai bella è stata l’esperienza di averti conosciuto.

 

Il chiaroscuro della Salvezza nel bel libro di Pierpaolo Lippo

Il colto e raffinato pastore delle anime di Malvito, Don Pierpaolo Lippo, ha presentato ieri 21 settembre la Sua ultima fatica: il bel libro “Luce e Tenebre: il chiaroscuro della Salvezza”, edito dalle Edizioni Messaggero di Padova.

A dialogarne con l’autore, alla presenza di un folto e interessato uditorio, c’era la giovane dott.ssa Michela Martino, le cui letture e le ampie e articolate riflessioni, che si concludevano sempre con puntuali domande, hanno dato modo al sacerdote di approfondire i temi della sua ricerca della Salvezza tra Vecchio e Nuovo Testamento  con la consapevolezza che la stessa salvezza divina “non appare mai un evento limpido e lineare, ma come un cammino attraverso ombre e luci, silenzi e rivelazioni.” Cosicché, la Bibbia diviene “guida” di un viaggio che riguarda “la notte dell’anima” e “l’alba della redenzione.”

Il volume, dalla raffinata cura editoriale, fa rivivere e approfondire alcuni degli episodi più conosciuti delle Sacre Scritture, da quel “Sia la luce!” che ha dato inizio a tutte le cose. Mentre ogni giorno della creazione si conclude con la formula: “E fu sera e fu mattina…” E via via che la narrazione procede non mancano poesie e storie simboliche che, intrecciandosi, rendono piacevole e avvincente la lettura.

Nella prima di queste poesie, che nel titolo richiama la formula della creazione, “E fu sera, e fu mattina”, l’attacco dei primi quattro versi suona quasi come il manifesto dell’intera narrazione:

“Nel grembo muto della sera

quando tace ogni risposta,

Tu, Signore, già cammini

sopra l’abisso della mia notte.”

Una passione, quella per la poesia, che – confessa il sacerdote – gli è venuta dalle sollecitazioni del padre che lo indirizzò sin da piccolo alla lettura di quelle di Pascoli e Carducci. Una felice frequentazione che finì per arricchire di molto il suo bagaglio culturale.

In ogni capitolo del libro (dalla Creazione al sogno di Giacobbe con la storia originale di Andrea; dalla notte di preghiera di Anna, con la storia di Miriam, al tormento di Giobbe;  come dalla notte dell’incarnazione alla notte della risurrezione) e, quindi, in ogni passo Don Pierpaolo Lippo ci aiuta a capire e a cogliere – con la cura e la competenza del teologo e la sensibilità del poeta – l’intreccio chiaroscurale della Luce e delle tenebre, del giorno e della notte, della dimensione umana e di quella divina, dei processi storici e di quelli afferenti alla sfera dell’eternità, che fa delle Sacre Scritture il vero itinerario di Salvezza, oltre che un dono di per sé al patrimonio inestimabile della cultura mondiale.

E, difatti, conclude l’autore: “La Bibbia non teme il buio… le tenebre non sono semplicemente negate, ma vengono attraversate, abitate e redente. Così la luce… la salvezza…” E la speranza.

E quando finirà la notte?

“Quando finirà la notte ,

non ci sarà più pianto,

né fame, né arsura,

solo pace che non pesa,

luce che non brucia.” 

Così scrive Pierpaolo Lippo nell’ultima poesia, a conclusione dell’ultimo capitolo dedicato alla luce dell’Agnello, immediatamente dopo la storia di suor Angela.

Un piacevolissimo e apprezzato intermezzo musicale con voce di Beatrice De Loria, accompagnata da Federico Baffa, ha inoltre animato l’evento culturale.

Sono infine intervenuti nel dibattito Vanta Vetere, Angela Campolo e Giovanni Cristofalo con belle parole di apprezzamento, che non sono state di circostanza.

Mentre io –  rinchiuso nel mio guscio di silenzio all’ultimo banco –  meditavo, con gli occhi inchiodati negli affreschi della cupola, sul pezzo che avrei scritto nella notte.

Grazie Don Pierpaolo Lippo per averci fatto dono della Sua fatica: di Luce, di frammenti biblici, di poesia e di racconti.

Che sia infine pungolo per ritrovare a Malvito – in passato illuminata dalla luce della Sapienza – la strada del sapere e della cultura.

Rosina era mia madre

Ieri nella chiesa di San Michele Arcangelo a Malvito sono stati celebrati i funerali di mia madre. Ne pubblico qui il testo della mia orazione:

Grazie al parroco, Don Pier Paolo Lippo, per la bella e toccante omelia; e grazie al coro: la tradizione che a Malvito continua meravigliosamente.

Grazie a tutti voi, a nome mio e di Irene, Michelino e Walter, per la vostra presenza e partecipazione a questa manifestazione di cordoglio e di preghiera; grazie inoltre a tutti quelli che hanno scritto sui social – come a tutti quelli che hanno espresso pensieri e ricordi – di stima e affetto intorno alla nostra Rosina.

Le mamme non hanno età: e la sua più che veneranda età è per noi solo motivo, non pretesto, per ringraziare il Signore per avercela data per così lungo tempo.

Di mia madre parlerò leggendo, nella prima parte, alcune poesie che offrono il suo profilo da un angolo di vista speciale: quello del figlio dopo questi ultimi 43 giorni di dolorosa agonia.

Ma di una cosa, al di là dei versi, sono e siamo certi: che nostra madre – Rusineddra come la chiamavano tutti – era una persona che aveva fatto dei suoi modi garbati e della sua semplicità il tratto caratteristico della sua vita straordinaria e speciale di donna comune.

“Ascolterò in eterno

La tua voce da soprano

E per mano ti porterò…

Sì, per mano ti porterò

Dove vuoi tu.

Ti porterò tra le quiete

E allungate

Ombre delle case

Dei nostri tardi

E assorti

E disperati

Meriggi roventi

E di luce calda

Adamantina

Coi conforti di timide frescure d’alberi

E di lacrime inghiottite

Nei risvolti  silenti di Cielo

Che ricordano quel timbro

Chiaro e cristallino

Squillante quando serviva

Ch’era solo tuo

Inequivocabilmente tuo

Nei canti liturgici

E negli inni al Signore

Tra nuvole d’incenso

E fumo di candele.”

Ho continuato quindi a scrivere:

“Sei volata in Cielo

Eppure, già ti sento

Che mi cammini accanto

Come grano che nasce

Muore

E rinasce

Per nutrirmi ancora.

Eppure, Madre

Io ti darei i miei occhi

per guardare ancora ancora e ancora

Le aurore arrampicarsi

Alle inferriate del tuo balcone

E nel tardo meriggio

Gli infuocati tramonti

E poi le dolci ciprie notturne

E gli sguardi arditi del cielo stellato

Su di Te.

E solo su di Te

Rinata

Estasiata

Rapita.”

I versi sciolti che seguono si sono invece impressi nella mia mente l’altra sera quando Lei, senza più vita, era con me che tornava a casa. Rintanato nei miei silenzi ne ho scritto i versi, poi trascritti nella notte, quando immaginavo che il rito delle esequie avrebbe avuto luogo nel tardo pomeriggio del giorno successivo:

“Ci porti a piedi nudi

Per dolorosi sentieri

Di lame affilate e di spine

Tra lune e soli nascosti

Di soffuse luci meridiane

Ombre allungate di cipressi

Freddi imbiancati sepolcri

E stratificate antiche preghiere

Come incorruttibili grani di rosario

Snocciolati ad uno ad uno

Nella ridda dei lamenti

E delle invocate purificazioni

Perché Tu possa vegliarci sempre dal grembo

Eterno dei fausti diademi di Cielo

E ancora ancora ancora

Staremo insieme nelle sere infinite

che Dio vorrà concederci

Coi nostri silenzi

Le nostre preghiere

E i tuoi occhi d’azzurro carta da zucchero.

Ma io so che Tu, Madre, vuoi che io dica:

I tuoi occhi d’azzurro…

D’azzurro come azzurro è il nastro che cinge la Vergine di Lourdes.”

Infine, c’è un breve racconto che spero di farcela a leggerlo:

Australia 1970: un uomo lascia la città di Adelaide e la sua famiglia per sfidare le polveri roventi del Grande Deserto Australiano dove la Snam Progetti sta costruendo un grande metanodotto.

A causa delle proibitive condizioni climatiche, sono pochi quelli che vogliono andarci a lavorare.

L’uomo non è più coraggioso degli altri. Ma la sua famiglia ha bisogno di quel pugno di dollari in più.

Ad Adelaide la donna dell’uomo, che lavora nel deserto, ha trovato un lavoro presso il quartier generale della Croce Rossa Australiana come addetta alle pulizie: un lavoro che la stessa donna considera una benedizione di Dio.

Inizia a lavorare alle quattro del pomeriggio, quando chiudono gli uffici, e termina poco prima della mezzanotte in tempo utile per prendere l’ultimo treno che corre verso l’oceano per tornare a casa nei pressi di una stazioncina intermedia.

Adelaide è una metropoli tranquilla. Ma quando è notte fonda circolano per le strade gruppi di uomini che escono ubriachi fradici dai pub e dalle birrerie.

Perciò, a quell’ora, non è consigliabile per una giovane donna avventurarsi da sola per le strade della città.

Ne parla, ma senza fare troppo riferimento ai rischi della strada, col suo primogenito – che poi è poco più di un bambino di dodici anni d’età – che si dichiara disponibile a fare da ometto di casa e cavaliere.

Anzi, ne è quasi contento.

Così, la donna ogni pomeriggio prima delle tre, cioè prima di prendere il treno che la porta nella city, lascia tutto preparato per la cena dei suoi quattro figli: tre maschietti e una femminuccia. Questi tornano da scuola intorno alle quattro e mezzo: la bambina, secondogenita, provvede a scaldare il cibo, fare le porzioni e poi pulire con cura la cucina. Mentre il primogenito, finito di cenare, prende i suoi libri e i suoi quaderni, e si avvia verso la stazioncina per salire sul primo treno utile per raggiungere ogni sera la city e il quartier generale della Croce Rossa Australiana, su di un grande vialone, dove lavora sua madre.

A parte le prime e curiose avventure del ragazzino con attenti capotreni e puntuali poliziotti, che lo fermano e lo interrogano perché trovano anomalo che un ragazzino si muova da solo a sera inoltrata, il bambino riesce comunque a compiere a meraviglia questa prima parte del compito: raggiungere il centro di Adelaide coi suoi palazzi e grattacieli.

I poliziotti come i ferrovieri – al secondo o terzo controllo – lo indicano semplicemente e quasi con una certa familiarità come the italian kid… il ragazzino italiano… quello che aiuta la mamma alla Croce Rossa.

Così, ogni sera il ragazzino spinge il pesante portone del palazzo, se lo getta alle spalle e sale per le scale a incontrare , in uno dei piani intermedi, sua madre, quando la donna ha già svolto buona parte del suo lavoro di pulizia e di sanificazione dei locali.

Il ragazzino l’aiuta ora svuotando i cestini e togliendo la polvere accuratamente, senza toccare alcun foglio di carta o fascicolo e neppure uno di quei telefoni neri a disco rotante che trova sui tavoli di questi uffici open space all’americana.

Poi ne sceglie uno su cui fare i compiti a casa – il noto homework  che in questo caso diviene i compiti in ufficio – e si esercita.

Ma c’è un “ma”… c’è un “ma” che giganteggia.

Ma quasi tutte le sere ad una certa ora il ragazzino crolla sotto il peso del sonno che, come un grande macigno, lo piega sopra le sue braccia che gli fanno da cuscino.

Prima di mezzanotte la donna lo sveglia: è tempo di andare. Ma il bambino fa fatica ad alzarsi. O meglio a sollevarsi dal piano della scrivania su cui la sua testa è pesantemente inchiodata.

A volte la donna si dispera e lo invoca in dialetto perché spera che la lingua materna abbia poteri ed effetti liberatori e risolutivi: “ Manìati, sùmati! Manìati … manìati ca pirdimu ‘u trenu” gli dice scuotendolo.

Dobbiamo tornare a casa.

“Ehhh jiamu!?” aggiunge preoccupata la donna.

Qualche volta gli prende le braccia dormienti e se lo cinge alla vita e lo trascina. O lo scuote con veemente dolcezza per scrollargli di dosso il torpore del sonno sino a gettarsi col bambino sulla North Terrace Road, una grande arteria cittadina.

C’è ancora un pezzo di strada da fare per raggiungere la stazione centrale e salire sul treno di mezzanotte… l’ultimo treno che, sferragliando, corre verso l’oceano. E quel treno non aspetta: si va e si corre a gambe levate!

Madre, quel treno di mezzanotte… quell’ultimo treno… quel treno dei tuoi desideri, che univa e teneva insieme il tuo lavoro – benedetto da Dio – e i tuoi figli  non l’abbiamo mai perso.

Siamo tornati a casa ogni notte.

Ogni notte siamo tornati a casa sotto la Croce del Sud che illuminava il nostro cammino.

Per merito tuo all’una di notte – tutte le notti – eravamo sempre di ritorno; per merito tuo perché sulle tue gambe – ora piene di piaghe – correvano svelti quattro polmoni e due cuori per ricongiungersi a quelli di Irene, Michelino e Walter, rimasti soli a casa.

Madre, in questo nostro tempo sospeso tra Cielo e Terra che ci rimane da vivere, c’è ancora un altro treno: quando viene il mio momento vieni tu a prendermi alla stazione del Paradiso.

E non fare come stavolta… non fare come stavolta che ti sei resa irriconoscibile.

E se sarà notte fonda, dammi un segno della tua luce, magari un sorriso di luce perché io possa riconoscerti.  Poiché io solo quella luce… solo la tua luce voglio poter seguire.

 

Cauteruccio, il regista visionario e innovativo

Con la morte di Giancarlo Cauteruccio si perde una delle menti più vivaci e visionarie della cultura in Calabria. Ci sono reazioni da ogni parte della Calabria e dal Paese. Tutte ci commuovono. E ci inorgogliscono particolarmente.

Non tutti sanno infatti che Giancarlo Cauteruccio, conosciuto ovunque in Calabria e apprezzato regista in Italia e nel mondo per le sue visionarie e innovative produzioni teatrali, ha respirato sin dalla sua infanzia aria di casa a Malvito, dove il padre Franchino, nativo di Marano Marchesato e agente del dazio a Malvito, sposò negli anni Cinquanta la malvitana Ida Bisignani.

E’ un rapporto forte, e dal “tratto inalterabile” come lo stesso Giancarlo lo definì in più occasioni, che è andato avanti sin dalla tenera età, l’infanzia e l’adolescenza coi suoi frequenti ritorni a Malvito dal nonno e dai parenti, e in seguito, da prestigioso intellettuale che ha saputo cogliere, tra la fine degli anni Ottanta e i primissimi del Novanta del Novecento, la grande novità della stagione festivaliera di MalvitoArte, voluta dalla “mia” Amministrazione, per arricchirla facendo compiere al Festival un notevole salto di qualità  col suo Teatro Extrascenico, tanto da meritarsi l’attenzione e l’interesse delle maggiori testate nazionali per la straordinaria visione e innovazione del progetto culturale.

Come, allo stesso modo, quel Festival poté beneficiare del patrocinio e dei finanziamenti di prima fascia in Calabria dalla Regione o altrettanti e consistenti risorse dal Ministero del Turismo, insieme a importanti patrocini e contributi anche del Ministero dei Beni Culturali e delle Istituzioni Europee.

Insomma, un Festival, voluto dal Comune di Malvito e dal Commune de Rognes (Francia), ma fortemente sostenuto da un alto e qualificato partenariato che dal basso delle organizzazioni territoriali e delle istituzioni locali raggiungeva e si poneva in uno spazio culturale di valore nazionale ed europeo.

Al raggiungimento di questo traguardo, peraltro sancito con un riconoscimento al VI Congresso dei Comuni Europei di Losanna nel 1992, Giancarlo diede un contributo di primo piano e di altissimo valore. Per la prima volta una platea di 2500 sindaci circa, provenienti da tutta Europa, udirono parole di arte e teatro, di innovazione e sviluppo, di laboratorio e visione provenire dall’esperienza culturale di un Comune – Malvito – che faceva parlare di una Calabria nuova e protesa verso l’Europa. E non per cronache di sangue di cui troppo spesso le colonne dei giornali erano piene.

La collaborazione culturale ebbe luogo a seguito di un importante incontro, tenutosi durante l’edizione del Festival del 1990,  quando artisti, registi, poeti, galleristi e intellettuali si ritrovarono al castello medievale a confrontarsi su “Problemi e prospettive dell’arte contemporanea in Calabria”. Un passaggio condotto dal compianto Lucio Barbera, raffinato e apprezzato critico d’arte e professore universitario a Messina, che fu tra i primi a segnalare tra le pagine culturali della Gazzetta del Sud il valore dell’attività festivaliera di Malvito.

Si verificarono importanti convergenze e contaminazioni: di Gianfranco Labrosciano, il cui ricordo è ancora assai vivo, e Andrea La Porta dell’ Accademia delle Belle Arti di Catanzaro che portarono al consolidamento della Sezione delle Arti Figurative; di Giancarlo Cauteruccio che diede vita alla Sezione Extrascenico di teatro di ricerca nel paesaggio; e di Luigi De Francesco, il cui progetto “In Cymbalis Bene Sonantibus” univa la musica antica, medievale e rinascimentale con la musica colta nella rassegna di concerti al Castello.

Dire che, al riguardo, scrissero il Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa e Il Mattino, oltre ai giornali regionali, serve ora solo a ricordare la grandiosità di quel Festival che ebbe in Giancarlo Cauteruccio un grandissimo protagonista. Ed io che di quella primavera culturale sono stato sindaco di Malvito  non posso che ricordare e ringraziare ancora Giancarlo per averci fatto dono delle sue produzioni e per aver portato a Malvito, quale direttore artistico di Extrascenico, anche quelle di registi, come lui, fortemente impegnati in un teatro di ricerca e di innovazione.

Memorabili restano i suoi studi sul mito, la sua originale “Medea” nel 1992, o altri lavori voluti in cartellone da Cauteruccio e portati in scena a Malvito come la “Pentesilea”  con la regia di Giulio Cesare Perrone o il riuscito “Aiace” del Centro Rat, che l’anno prima aveva presentato “Giangurgolo”.  Mentre nel 1991 inseriva in cartellone e portava al grande pubblico del Festival di Malvito “Piazza” da Carlo Goldoni per la regia di Stefano Laguni e Barbara Nativi  e ancora gli “Studi sul Mito” per la regia di Francesco Gigliotti.

L’elenco è lungo a cominciare dai suoi primi “giochi di luci” col laser sulle colline di Malvito e dal suo spettacolo “Alterazione” nella splendida cornice del castello. Ora, però, preferisco non tediarvi perché siamo ancora tutti immersi nella preghiera e nel cordoglio per la sua morte.

Ci sarà tempo, spero, per una seria riflessione su quegli anni straordinari della nostra vita per ricordare Giancarlo Cauteruccio, Gianfranco Labrosciano, Toni Ferro, Costantino Di Ciancio, Pino Pingitore, Lucio Barbera e tutti gli altri che ci hanno lasciato. E dobbiamo farlo non solo per ricordare, ma per trovare la forza per ripartire da quei sentimenti, da quelle idee e anche dal nome di Giancarlo per far rinascere Malvito.

Potrei scrivere del rapporto di Giancarlo con Malvito, credo però che non lo farei meglio di quel che lo stesso Cauteruccio scrisse di sé e Malvito nel saggio introduttivo a Extrascenico nel catalogo di MalvitoArte Festival Calabria Provenza, edito dal Comune di Malvito nell’anno 1991:

” Malvito ovvero giochi ininterrotti nei vicoli stretti di estati che emanavano una sottile brezza, fughe proibite al rudere del castello abitato da innumerevoli gazze ladre, i primi amori segreti e quel balcone che dominava una allora incalcolabile e misteriosa vallata; la voce calda e dolce di mia nonna sempre apprensiva e piena d’amore e le corse gioiose allo spaccio dei tabacchi per comprare le Alfa al nonno sempre puntuale quando la sera, rientrando dal suo quotidiano giro in campagna, mi donava qualcosa di speciale.

E quell’uomo bianco che senza tregua macinava il grano, e quel rumore di ferro battuto illuminato da una fucina sempre ardente e il dialetto inframezzato da qualche parola straniera e le lunghissime attese notturne per l’arrivo di qualche parente dall’America e quegli straordinari giorni di festa , ma anche quegli interminabili momenti di dolore e quella memoria antica raccontata da mia madre…

Insomma Malvito, un segno inalterabile della mia esistenza.”

Grazie di tutto, Giancarlo! Mentre mi stringo in un fortissimo abbraccio con Maria Rosaria, Ornella e Fulvio Cauteruccio.

 

Mario Carbone, il suo battesimo artistico a Malvito

La morte del grande Maestro mi porta a scrivere ora, senza più tenerle solo per me, grazie al racconto che mi fece mio padre Antonio, circa le emozioni e la commozione autentica di quei ragazzi di Malvito che – a cavallo grossomodo tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi dei Cinquanta del Novecento –  ebbero modo di incuriosirsi e stupirsi per la presenza di una troupe cinematografica ch’era venuta a girare un film documentario nel cuore dei vicoli.

A dirigere la troupe vi erano due giovanissimi cineasti: il veronese Axel Rupp e il calabrese Mario Carbone. Nelle vene di quest’ultimo scorreva sangue malvitano e sansostese.

Mario, figlio della nostra concittadina Anita Vetere e di Rosario Carbone, ebbe un’infanzia e un’adolescenza lungamente passate nel cuore dei vicoli di Malvito, e  più precisamente nel palazzo più caro ai malvitani, quello che continuiamo a chiamare il Palazzo Vescovile, ch’era, ed è rimasta sino a quasi fine secolo, la casa dei nonni materni. “Zia” Elvezia ne è stata l’ultima della famiglia Vetere ad abitarla. E anche le spoglie mortali di Anita Vetere e Rosario Carbone, genitori del grande Maestro, riposano nella cappella di famiglia nel cimitero di Malvito.

La vita artistica del grande Maestro è segnata da grandi incontri  e collaborazioni ( Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Mario Soldati, Cesare Zavattieri e altri ) e da molti premi e successi. Tra questi, il Premio San Marco al Festival di Venezia e  il Nastro d’Argento. Mentre ha girato per la Rai diverse decine di film documentari.

Pochi sanno invece che il suo battesimo artistico ha avuto come teatro di scena Malvito coi suoi scorci, i suoi panorami e i suoi uomini coi loro animali, che sono divenuti protagonisti della sua opera prima: ” Un asino per Cristiano”, in coregia con Axel Rupp. Questo suo primo lavoro, girato in 16 mm, gli valse peraltro il primo premio al Festival di Cinematografia di Salerno. Un successo ragguardevole. Un’opera prima che, tra i documentari e i cortometraggi, si impose in un Festival, quello di Salerno, nato nel 1946, che per importanza veniva subito dopo la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Mentre esprimeva ancora tutta la carica e tutto il riverbero di forza e di energia di una città, Salerno, divenuta Capitale d’Italia nel 1944, le cui spinte di rinascita e riscatto insieme ai fermenti culturali erano vivissimi e potenti.

In questo particolare contesto di vivacità culturale, benché fossimo appena usciti dalla guerra, Mario Carbone vince il suo primo premio. E’ davvero peccato che di questa sua opera non sia rimasta traccia, dato che gli archivi dello stesso Festival diano conto e testimonianza solo delle opere degli ultimi decenni. Mentre la ricerca di quest’opera, fondamentale anche ai fini della ricostruzione della filmografia del nostro cineasta, non ha avuto sinora successo.

Col grande Maestro ebbi modo di parlare più di una volta a Malvito, quando veniva in visita dai suoi parenti oltre che per omaggiare i resti dei suoi cari, custoditi nel cimitero comunale. In un’occasione, e più precisamente quando a Malvito si teneva il “Malvito Arte Festival Calabria Provenza”, parlammo anche della possibilità di una sua mostra. Ma in quel momento non vi erano le condizioni: lui era un affermatissimo Maestro e il Festival aveva sedi insufficienti e  un modestissimo budget per poterla allestire. Non se ne fece nulla e, finita la straordinaria primavera culturale di Malvito Arte, svanì anche l’ambizioso progetto di una grande mostra da dedicare al Maestro Mario Carbone.

Mentre della sua opera prima, “Un asino per Cristiano”, ne scrivo con gli sguardi presunti dei “ragazzi di strada” – e tra questi vi era quello acutissimo di mio padre Antonio – che, fuori campo, grazie alle cineprese dirette da Axel Rupp e Mario Carbone, scoprono l’arte cinematografica e il loro piccolo paese sotto una nuova luce, e cioè, come bene di valore culturale e patrimonio di grande umanità.

I loro sguardi sono eccitati e stupiti e così si posano e si concentrano anch’essi, insieme agli obiettivi delle cineprese, su quegli uomini e quei contadini dai volti immutabili, antichi come Mosè, avvolti in arcaici mantelli con borchie di latta e muniti di morbidi e alti baveri di velluto o lana, mentre camminano tirandosi sù con affanno per le ripide salite nel ventre dei vicoli o seduti agli scalini di accesso alle loro povere case. Sono appena tornati dalla dura fatica nei campi coi loro asini. A queste speciali creature dalle lunghe orecchie viene inaspettatamente tributato l’onore delle cineprese da cui vengono riprese sin dalle prime ore dell’alba, mentre l’aurora si prepara a rosseggiare sui tetti, quando lasciano le stalle per dirigersi come in processione alle “terre” per poi rientrare in paese dal Girone o dal Calvario e riconciliarsi con le mura calde e amiche dei loro ricoveri sotto le case, addossate e affastellate come alberi  in una fitta foresta.

Dall’alba al tramonto uomini e asini rinnovano il loro patto, cioè la loro “santa alleanza”: partire, lavorare nei campi e tornare insieme. La fatica era la loro vita. Era il senso della loro unione.

Gli asini tornano carichi e stanchi, senza più un filo di fiato per ragliare. La sosta, prima del paese, alla vecchia fontana con annesso abbeveratoio è provvidenziale per giungere sani nelle stalle in cima alla collina. Persino le donne e le ragazze uscite di casa per attingere acqua, accettano volentieri di dar la precedenza a quelle povere bestie, sfinite. Barili, damigiane e cucumi, sospesi tra cielo e terra sul capo incorruttibile di queste portatrici d’acqua di nobile e antica bellezza greca, che siano fanciulle o  giovani spose o donne mature, aspettano senza scomporsi il loro turno. Poi con lo scalpiccio degli zoccoli sui ciottoli del selciato riprende il suono di quella musica immutabile e lontana.

Ma affaticati e stanchi sono anche i loro padroni che, col fiato profumato di fichi e le mani callose, mostrano i segni del loro comando supremo; un comando che spunta da sotto i mantelli: verghe di rami di fico, raramente usate.

E’ tutto quello che vedono con occhi ora più ispirati e grati i ragazzi dei vicoli, mentre Axel Rupp, giovane cineasta italiano di Verona, malgrado il suo nome, parla in un italiano morbido e sconosciuto alle nostre latitudini. Gli si oppone in conversazione Mario Carbone con la sua bella voce dal timbro caldo e mediterraneo, mentre tutti e due si preparano per dare il “Ciak, si gira!”

I ragazzi sono venuti a curiosare e scoprono, senza volerlo, l’originalità delle riprese cinematografiche e, quindi, l’originalità dello sguardo antropologico e intimista dei due giovani e promettenti cineasti, totalmente immersi nella realtà di questa santa alleanza per il lavoro e la vita tra l’uomo e il più umile degli animali, l’asino. Non è un caso che l’opera prima di Mario Carbone, si intitoli appunto “Un asino per Cristiano”, dove l’asino diventa a pieno titolo parte essenziale del mondo di quei poveri cristi che faticano e lottano per un pezzo di pane, che cuoce nei forni davanti agli usci o nelle soffitte di quelle case annerite dal sole e dal fumo. E soffritte di antichi sapori e di storia e cultura.

A Malvito, in quegli anni, l’uomo si serve inoltre del suo braccio destro, l’asino, aggiogato alla stanga, per far girare le macine dei quattro trappiti  per la molitura delle olive che donano l’olio. A questo povero cristiano di asino spetta ancora in autunno di caricarsi più volte al giorno di due o più grandi ceste di canne e salici intrecciati e portarli pieni di grappoli d’uva di qua e di là del basto dalle vigne, coltivate nella montagna di Parite, sino in cima al paese seguendo per sentieri e tratturi approssimativi e pericolosi. La vendemmia porterà il vino novello.

Così, la Trinità Terrena  – fatta di pane, di olio e di vino –  si adempie e nutre gli ultimi scampoli e residui di un tempo ormai andato sotto il segno dell’antica alleanza tra l’uomo e l’asino. Anzi, tra l’uomo e un asino fattosi Cristiano. Sono gli ultimi segni di un mondo che via via scompare e che Mario Carbone, avendolo intuito prima di tutti gli altri, ha saputo catturare per fecondare di civiltà e cultura la nostra memoria condivisa.

Grazie Maestro anche per le immagini mai viste, ma il cui nobile racconto mi è giunto nitido, bello e palpitante.

 

Chi al Suo posto?

È la prima domenica senza Francesco. Siamo orfani del Padre degli ultimi, della pace e della speranza. Abbiamo ragione a  sentirci smarriti e tristi come i discepoli nella Chiesa delle origini. E ci chiediamo: chi verrà al suo posto?
La luce dello Spirito Santo potrebbe nuovamente baciare la porpora di un outsider lontano dalla curia romana e, persino, darci in dono un porporato in continuità con il magistero di Francesco. Dopotutto, Francesco ne ha nominati moltissimi di cardinali nei suoi dodici anni alla cattedra di Pietro.
Potrebbe venire dal terzo o quarto mondo. O potrebbe essere un europeo o di cultura anglosassone. E, al tempo stesso, essere in una sorta di continuità misurata col pontificato appena conclusosi, così da darci il segretario di stato, Pietro Parolin, come Papa.
Potrebbe essere nuovamente un italiano e, insieme a Pietro Parolin, ce ne sono almeno altri due di cui si sta scrivendo molto: Pierbattista Pizzaballa e Matteo Maria Zuppi.
Ma, potrebbe essere addirittura chi, al momento, appare fuori dai giochi perché “troppo” giovane e troppo caratterizzato come servo della Chiesa “del grembiule” (nel senso di pastore degli ultimi e dei poveri in continuità con una Chiesa che deve servire e mantenersi in  cammino) com’è il calabrese, arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia.
Sarebbe un’altra rivoluzione!
L’arcivescovo Battaglia intanto si è smarcato negli ultimi giorni trovando visibilità in un’intervista a Repubblica, quando a proposito delle ipocrisie dei grandi del mondo, ha dichiarato senza mezzi termini: “I potenti alle esequie del Papa come Erode con il Battista”. E ancora: “c’è il rischio di beatificarlo a parole, per dimenticarlo nei fatti. Lui parlava chiaro, senza fare sconti come fanno i profeti”.
Insomma,  la Chiesa di Roma potrebbe contare con Don Mimmo Battaglia su di un nuovo pastore con l’odore delle pecore e degno successore di Francesco.

Al momento non appare tra i papabili. E, forse,  proprio questa sua particolare condizione potrebbe aiutarlo. Per questo, nell’ipotesi – tutt’altro che remota – di disappunti e discordie sull’eventuale scelta del candidato italiano “giusto”, potrebbe spuntare proprio il suo nome.
Sarebbe un’altra rivoluzione, peraltro in continuità con Francesco, avere come papa l’arcivescovo di Napoli, città bella, generosa e difficile, nato in una terra, la Calabria,  da sempre tra le ultime d’Europa nelle classifiche delle regioni del benessere.
Chissà… incrociamo le dita.

Intanto, il Consiglio comunale di Malvito, nella sua ultima tornata del 23 aprile scorso, ha commemorato Papa Francesco.
Ecco il mio breve intervento che, qui, di seguito, pubblico integralmente:

Associandomi ai pensieri del sindaco Francesca D’Ambra, desidero a nome dei tre gruppi di Opposizione e mio personale, oltre che dei consiglieri Annarita Guaraglia e Amedeo Turano, rivolgere un deferente e grato messaggio di cordoglio, commozione e compassione per la morte del Santo Padre Francesco, la luce tanto attesa, venuta a illuminare le nostre contrade e le nostre coscienze con un specialissimo occhio rivolto ai più poveri, ai più deboli e agli ultimi del mondo.

Ieri, leggendo da una mazzetta di giornali, tra i quali il Corriere della Sera e Repubblica, i principali del Paese, insieme al Messaggero, il giornale di Roma, il titolo che campeggiava a caratteri cubitali era “Il Papa degli Ultimi”. Mentre Il Sole 24 Ore, il giornale degli industriali e della Confindustria, scriveva “Il Papa degli ultimi e della pace” e Il Mattino di Napoli, il più importante giornale del Mezzogiorno, titolava “Il Papa del Sud globale”, dove evidentemente “sud globale” sta a indicare i più poveri, i deboli, i ritardi e le arretratezze dell’altro mondo ch’egli ha sempre inseguito, portato nel cuore e raggiunto nei posti più lontani e marginali.

Era il pontefice degli ultimi e tale connotazione non si perde nei punti di vista dei giornali e dei mezzi di comunicazione di tutto il mondo che colgono i sentimenti delle folle e le analisi degli studiosi.

Ma, qual è la “cifra” di Francesco? La Sua grandezza?

La Sua grandezza risiede e la si coglie nella sua opera che si è dimostrata capace di affiancare ai dogmi, cioè ai capisaldi espliciti e impliciti nella rivelazione divina o nei dettati della Chiesa (presenti peraltro in tutte le Confessioni) l’abbraccio della misericordia della sua Chiesa in cammino, che avvicina e non allontana, che include e non esclude.

Mai nessuno aveva fatto tanto prima di Lui e con tanta forza e intensità.

A tanto si aggiunge un’altra straordinaria qualità, e cioè, quella di essere stato un grande innovatore con le riforme che ha fatto e con quelle che avrebbe voluto fare, che non è ora, né qui, la sede per precisarle, tanto da essere talora osannato come rivoluzionario o, al contrario, temuto come distruttore della tradizione.

E come tutti gli innovatori ne ha subìto il destino: essere criticato sia dai progressisti sia dai conservatori.

Vogliamo perciò immaginarlo ora in Paradiso, riunito e abbracciato coi suoi bambini di Gaza, dei quali si preoccupava sempre e ai quali indirizzava ultimamente la sua telefonata serale per sincerarsi e assicurarsi delle loro condizioni, insieme ai bambini ucraini e ai bambini di tutte le 57 guerre sparse nel mondo che, già diversi anni addietro, lo hanno portato a denunciare lucidamente questa terza guerra mondiale che si combatte a pezzi.

Infine, lo ricordiamo per la sua certezza, la speranza cui ci affidiamo tutti, affidata e ribadita peraltro lo scorso mese di febbraio nella prefazione del recente libro di riflessione sulla vecchiaia dell’arcivescovo Angelo Scola, già patriarca di Venezia e poi arcivescovo di Milano, laddove il Santo Padre scrive “la morte non è la fine ma un nuovo inizio”.

Grazie Papa Francesco.

Benvenuto, piccolo Andrea!

Benvenuto pargoletto!

Ci hai messo in ansia. Anzi, un monellino di virus, innocuo per gli adulti ma insidioso per i nascituri, ci ha messo in apprensione nei primi mesi dopo il concepimento quando ha provato ad insultare e offendere le tue ambizioni di crescita. Ma gli dimostrasti subito, un combattimento dopo l’altro, che eri tu il più forte.

Noi nonni, con tuo padre Antonio, lo vedevamo e capivamo dal monitor ( ricordati da grande che monitor, prima ancora che inglese,  è una parola latina  che vuol dire avvisatore, suggeritore) e il monitor, connesso alla ecografia, ci suggeriva infatti le prime immagini di te quand’eri appena quattro centimetri di vita dolcissima e raggomitolata a difendere il tuo diritto a veder la luce, le stelle e tutto il creato.

E ti abbiamo poi visto palpitare, giocare e persino nasconderti il viso dietro i piedini nelle tue acrobazie girovaghe e da impareggiabile contorsionista nel ventre di tua madre Giovanna.

Imparerai col tempo ad avere per lei eterna gratitudine, e persino devozione, non tanto per quel che ha già fatto per Te, e non è poco, avendo Lei respirato con e per quattro polmoni e cullato due cuori, ma per quello che ancora dovrà fare, e farà senza mai stancarsi e risparmiarsi, per farti crescere sano, educato e istruito.

Sei venuto, dalle nostre intime costole, a rinverdire coi tuoi occhi d’angelo, più luminosi del giorno, e le braccine ora cosparse di polvere di talco, il giardino di gemme e di fiori e di ogni bene, il nido dorato familiare voluto da tuo padre Antonio e da tua mamma Giovanna, che si arricchisce ora dei tuoi palpiti  e dei tuoi timidi e poi sempre più decisi passi che ti preparano a percorrere i sentieri della vita.

Ti abbiamo immaginato a lungo, prima ancora di vederti la prima volta nel monitor dell’ecografia, perché nei nostri sogni di nonni eri – e teneramente sei – già mito e leggenda.

E io sento fin d’ora che tu, piccolo pargolo, sei per me, che sono il più irrequieto dei nonni, e per la nonna Anna e i nonni Francesco e Luisa, la misura e la sostanza di ogni cosa.

E poi non ti dico del felicissimo stupore che si coglie negli occhi lucidi e commossi dello zio Michelangelo e della gioia dello zio Andrea che non sta nella pelle.

Benvenuto, piccolo Andrea!

Luca, medico e “novello” uomo di scienza

Il vento di maestrale avvolgeva con insolita dolcezza la pioggia, che cadeva lievemente obliqua, come al tempo stesso sferzava i baveri dei cappotti e dei giacconi, destinati tra poco a concedersi al letargo negli armadi estivi, quando dal livello più in basso dei parcheggi sotterranei giungemmo in gruppo, emozionati da suscitare tenerezza e curiosità, a riveder all’uscita, sotto un lembo di cielo che sbriciolava fitte gocce di pioggia, il corrimano uggioso, più che bagnato, e tuttavia afferrato da alcuni di noi un po’ per emozione e un po’ per sano imbarazzo prima di muoverci nei nostri vestiti eleganti e di festa per fare pochi passi ancora fino a guadagnare i gradini e l’ingresso dell’edificio dell’aula magna della Facoltà di Medicina al Policlinico di San Martino a Genova.

Sfiorati da poche gocce d’acqua entrammo nell’auditorium e prendemmo posto nel settore degli scanni, in alto a sinistra.

Aspettiamo l’apertura della seduta scambiandoci sorrisi con solo poche parole lievemente sussurrate o biascicate al vicino di posto, mentre gli occhi vagano fluttuanti a cercare i candidati, stretti nei loro banchi sotto nel fausto catino dall’altro lato dell’aula, ansiosi di illustrare le loro tesi, appena rilegate di pelle o di similpelle rossa o di colore azzurro o blu.

Seguendo un invisibile occhio di bue, si punta quindi il lungo tavolo della tribuna, ancora vuoto, ma in attesa di accogliere a momenti la Commissione.

Passano solo pochi minuti e li vediamo entrare in aula, come in processione, colle loro toghe da antichi romani con frange e grillotti argentati da cerimonia ufficiale a ribadire il tono solenne della seduta, mentre procedono in perfetto numero di parità di genere: cinque professoresse e cinque professori.  

Tocca ad una donna – bionda, bella e avvenente e chissà con quante pubblicazioni scientifiche sulle spalle – di guidare il magnifico corteo, la Commissione e presiedere i lavori della seduta di laurea.

Al di qua dell’aula magna, c’è un’altra donna, non meno importante , stretta dall’emozione e dalla paura che quasi si nasconde un po’ per discrezione, un po’ per tenersi lontana, col suo vestito di sobria e raffinata seta bordeaux, dagli occhi e dallo sguardo di suo figlio, il primo in basso a sinistra negli scanni dei candidati, per non mettergli ansia e pressione, pensa la povera donna con ingenuità o forse con il giusto tatto di innato sapore contadino.

Intuisce , col suo cuore di mamma, che è il  momento di farsi ancora più minuta e defilarsi dagli spalti grondanti di pubblico eccitato e ansioso: un modo che la donna escogita nel tentativo di proteggere ancora una volta suo figlio, che non ha più bisogno delle sue protezioni e cure amorevoli. Tuttavia, lei è lì racchiusa in un timido gesto che vuole ancora proteggerlo. Ma, i suoi occhi lucidi, benché ispirati di antica saggezza, la tradiscono: Luca, per fortuna, non può vederli. E non proverà per ora alcuna emozione. È siderale la distanza tra i due: troppi ordini e livelli di scanni di legni pregiati li dividono. Così, Luca, in attesa del suo turno al microfono dall’altissima tribuna, si limita a battere in modo sincronico ed elegante i polpastrelli delle sue dita, bianche come marmo di Carrara, sulla sua tesi di colore rosso sangue per allentare e ingannare la tensione del momento solenne.

 Si mescolano nelle sue mani la tipica luce di neon, che hanno comunemente tutti gli studenti che frequentano da anni le mense universitarie, e l’aria, oserei dire il candore, del suo aspetto di eterno ragazzo.

È il suo turno.

E dalla tribuna, Luca, con la sua voce stentorea e sicura, snocciola ragionamenti, studi, bibliografie, numeri, analisi e terapie contro i tumori e altre riflessioni, di cui io non sono in grado di scrivere – e di questo chiedo scusa ai miei lettori – e lì, in quel momento, nessuno più lo considera un ragazzo o un acerbo giovane, ma uno studioso avveduto con solide letture scientifiche alle spalle.

E ora le sue spalle, benché gracili, appaiono addirittura simili a quelle di Atlante che regge il peso del mondo e del cielo con uno sforzo immane, ma sicuro.

È un trionfo!

È il trionfo di Luca, il cui 110 con lode la presidente della Commissione annuncia con un insolito e larghissimo sorriso e un ampio gesto del braccio a titolo di vero compiacimento e unanime consenso; è il trionfo del ragazzo dal tratto educato e gentile che ho conosciuto più di vent’anni fa; è il trionfo anche della mamma Sonia, che si è consegnata anima e corpo ad una vita di sacrifici e stenti per questo momento. Ma non piange perché sa che il marito, “Maruzzu” , farebbe peggio. Ora si trattiene per non far sciogliere Mario, che tutto l’anno si divide tra gli ulivi che coltiva sui crinali di Malvito e i ragazzi che sorveglia a scuola, in un irrefrenabile pianto di gioia. 

Sì, il 110 con lode un pochino appartiene anche a loro due, Mario e Sonia. E hanno ragione di piangere a dirotto.

Sei anni addietro, all’indomani del conseguimento da parte di Luca della maturità scientifica, gli scrissi un biglietto d’auguri che recitava pressappoco così: “Che la Luce della Sapienza ti illumini sempre!” 

Avevo intuito il suo valore di promettente intellettuale. Ha scelto poi di diventare medico. E il 110 con lode ci parla di Lui come “novello” uomo di scienza!

I medici si dividono, per dirla con le parole di Umberto Saba e buttarla ora in letteratura, in buoni e cattivi:

“Non v’è quasi altra differenza fra un medico buono ed uno cattivo che questa : il primo è innamorato della guarigione, il secondo della malattia.”

Caro Luca, rimani sempre fedele innamorato della guarigione! E che la tua Luce di Sapienza possa presto illuminare anche Malvito!

Eravamo alberi e fiori

Uscirà, nei prossimi giorni, la stampa del Libro Bianco, “Distruzione di bellezze naturali a Malvito”, alla cui stesura ho contribuito, insieme ad Annarita Guaraglia e Giuseppe Amedeo Turano, all’indomani del grave abbattimento delle vetuste conifere che ha sconvolto il paesaggio urbano in piazza Monumento e in piazza Gramsci. E di cui qui ne anticipo la “prefazione” col mio registro e timbro.                                                                            Immagino che nessuno mai abbia presentato un Libro Bianco di denuncia di distruzione di bellezze naturali introducendo l’argomento coi versi della Divina Commedia, Inferno, Canto XIII, quando Dante nel secondo girone del settimo cerchio si trova davanti un paesaggio sconvolto: un bosco fatto di alberi dai rami nodosi e devastati.

Da un albero, un pruno, cominciano ad uscire parole e sangue:

 

Allor pors’i’ la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e il tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a gridar: Perché mi scerpi?

Non hai tu spirto di pietate alcuno?

 

In realtà, non sono alberi, ma i corpi di uomini che esercitarono violenza contro se stessi. E tuttavia,   il primo sotto forma di albero protesta: Perché mi spezzi? Non hai neanche un po’ di pietà?

A parlare è Pier delle Vigne. Dante lo fa parlare. E il povero dannato – accusato ingiustamente di tradimento quand’era alla corte di Federico II, finisce in carcere, e, piuttosto che accettare l’infamia, preferì suicidarsi – trova quindi comprensione e compassione nell’animo del Sommo Poeta.

Mentre nessuna compassione e neppure pietà ha avuto il sindaco di Malvito, Francesca D’Ambra, che, con premeditazione e colpa grave, ha distrutto le due belle aree di verde pubblico cittadino in piazza Monumento e in piazza Gramsci a Malvito.

Gli alberi nel centro storico di Malvito non sono venuti dal nulla. Sono il frutto di generosi impianti di verde urbano  che, soprattutto, nella seconda metà degli anni Ottanta sono stati realizzati, grazie alla corale passione delle “mie” Amministrazioni. E dall’entusiasmo di quei giovani straordinari che sostenevano le azioni del Comune: Luigi Celestino, Francesco Ciniglia, Eugenio Dante Vercillo, Mario Novello, Gianni Orefice e  Salvatore Gramigna che doverosamente ricordo qui per il loro impegno quotidiano e per la loro fattiva e costante presenza nella vita amministrativa di quegli anni.

Ci abbiamo messo l’anima, aiutati anche dalla spinta e dalla passione politica di Gianni Amelio, professore e filosofo, il cui raffinato e lungimirante impegno intellettuale mi permetto qui di ricordare perché la sua sapienza e la sua visione mancano a Malvito.

La passione e l’entusiasmo di quegli anni hanno consentito di portare avanti quei progetti, poi realizzati, di verde pubblico urbano insieme a punti di verde attrezzato con pruni ornamentali dalle foglie sanguigne e dai piccoli fiori rosa, che spuntavano tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e con ligustri piantati in ogni possibile slargo nei vicoli, lungo la via del Girone, e un po’ ovunque. Anche nel cimitero, ove le siepi dei ligustri come antiche ciaramelle e flautati pifferi affidano al vento candide melodie e lamenti.

E ci sono cipressi sulla via comunale delle Granatelle, sotto piazza Monumento, conifere qua e là e magnolie dai fiori bianchi e carnosi in piazza Gramsci. Un ornello, rubato alle campagne dove cresce spontaneo, viene messo a dimora in un vicolo cieco a dare luce. Mentre, il nostro conterraneo, Corrado Alvaro, in Gente in Aspromonte, racconta di uno specialissimo: “Sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l’orgoglio del luogo e che fiorisce a primavera lassù.”

Dai vivai dell’ESAC, l’ente regionale di sviluppo agricolo della Calabria, sono venuti anche centinaia di cedri di tutte e tre le specie, insieme a catalpe, palme e palmette varie, qualche cycas giapponese di cui un esemplare superstite resiste in un piccolo vaso che, sulla terrazza di piazza Monumento, invoca inutilmente da anni di essere rinvasata.

Tra gli affioramenti delle rocce ofiolitiche al Serrone, partorite dagli oceani di un’antichissima era geologica in cui le nostre acerbe terre affogavano, non mancano le acacie di Costantinopoli dalle speciali fioriture rosa a creste di gallo, e alberi coi loro delicati fiori lilla, il cui nome non mi sovviene. Ma il lilla dei suoi piccoli fiori ti turba e t’appassiona. Da anni aspettano una potatura, come l’aspettano le gioconde catalpe alla Difesa.

Migliaia di oleandri, che formano un’ampia e gonfia cuffia di bianco punteggiata da altri colori tra il Castello, la Difesa e il Calvario, ti costringono con gli occhi all’insù se li guardi dalla Piana di Malvito: una spettacolare distesa di bianco accecante. Mentre le palle di neve affidate alle aiuole sono andate perdute. Come i sambuchi che ritroviamo tra i sassi e le cotiche erbose del fiume Esaro o del torrente Crispo, ma non più al Girone:

“Vieni, la neve dei sambuchi è fatta per pioverti sul capo, se li scrollo” scrive, in una delle sue opere, la scrittrice e poetessa Corinna Teresa Ubertis, più conosciuta col suo pseudonimo Tèrèsah. E’ un gioco che, al Girone, sotto il cielo di Malvito, abbiamo fatto infinite volte quando si era fanciulli. Non ci sono più sambuchi in paese. Ma, si apprezza ancora il profumo avvolgente e inebriante delle siepi di pitosforo nelle aiuole tra il Serrone e il Polo Scolastico.

Sono invece solo ricordi di dolce bellezza le rosse camelie nei vasi lungo via Aldo Moro. Mentre le tante piantine con le loro bacche rosse, messe a dimora in più punti e in parte sopravvissute tra i due tornanti stradali sotto la piazza, le ritrovo grazie alla complicità del felice inizio della poesia Sera d’ottobre di Giovanni Pascoli:

“Lungo la strada vedi su la siepe

ridere a mazzi le vermiglie bacche”.

Ora lungo le strade cittadine e nelle piazze non vi sono più alberi né verdi chiome che offrano spunti per dilungarsi sotto la frescura in conversazioni accorate o per coltivare romantici e poetici itinerari. Le passeggiate, divenute rare, sono un mesto andare avanti e indietro dal monumento ai Caduti al Calvario e … e non più

“Vien per la strada un povero che il lento

passo tra foglie stridule trascina”.

E’ sempre Pascoli che mi sostiene con la sua intima e struggente poetica.

Non ci sono più né alberi né foglie, ma un’infinita desolazione! Il perno attorno al quale ruota la storia principale del Libro Bianco è questa triste cronaca di una morte annunciata di alberi maestosi e belli per dirla parafrasando il romanziere Gabriel Garcia Marquez.

Ma, la ragione vera per cui abbiamo voluto la stesura di un Libro Bianco per raccontare la Distruzione delle nostre Bellezze Naturali tra storia, geografia, morale e politica è perché i cittadini onesti di Malvito si sentono soli e senza conforto di giustizia da troppi anni. Mentre il territorio versa in uno stato di degrado e di abbandono.

Ricordiamoci le letture letterarie di Cesare Pavese: “ Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Ora le Nostre piante non le troveremo più arrivando in paese o rientrando dai nostri brevi o lunghi viaggi: non saranno più testimoni del nostro tempo.

Tra le pietre e le case addossate le une alle altre siamo cresciuti e ci siamo istruiti. E sotto quelle “grandi acacie fiorite pioveva un silenzio strano” come strani erano i nostri silenzi trattenuti di fanciulli penetrando tra “quei grappoli bianchi che parevano corimbi di farfalle penduli al sole” per dirla con la prosa sublime del Vate, Gabriele D’Annunzio. Mentre le nostre ripide salite e le ardite discese andavano anch’esse “rabbuiandosi tra le acacie che si sporgevano a grappoli, a ombrello” come scrive con delizia letteraria lo scrittore italiano di Pola, Giovanni Arpino.

Ci siamo commossi vedendo gli alberi coricati nel loro ultimo respiro tra l’acre profumo dell’asfalto bagnato e le tenebrose tomaie degli scarponi dei taglialegna. E come poveri cristi impotenti ci commuoviamo ora tutti, perché lì, sotto quelle grandi chiome verdi, siamo divenuti comunità, siamo stati bambini a caccia di lucciole e tifoserie impazzite giocando con le figurine Panini dei nostri campioni, poi siamo divenuti militanti di fedi politiche avverse le cui tensioni ideali affondavano nei nervi e nel sudore delle nostre lotte e del difficile confronto proprio lì, sotto quelle loro verdi frescure, i cui rami reggevano stoffe variamente colorate ch’erano bandiere di idee e di partito, quando non se ne cedeva l’ambito refrigerio di foglie alle bancarelle delle feste cittadine o all’ospizio dei vecchi, inchiodati alle panchine.

Quindi, è lì, sotto quelle foglie, che ci siamo divertiti con purezza bambina, poi innamorati, amati, combattuti, imbiancati e raccontati per più di sessant’anni con parole, progetti di vita, fantasie visionarie, favole ingannevoli, struggimenti d’animo, fatti reali, stravaganti e simbolici e sogni divenuti, talvolta, anche realtà.

Sotto quelle chiome siamo stati uditori rapiti dei racconti degli adulti, che furtivamente divennero per noi ammaestramenti di vita via via che, smaliziati, cominciammo a decodificare la grammatica dei sentimenti e quella dei venti di tutte le passioni. Accadde con la stessa facilità con cui i raggi del sole, penetrando tra le chiome delle acacie, ci cadevano addosso come fulminee e fastidiose occhiate di fuoco, addolcite dai profumi intensi del basilico e della menta, che insieme si spandevano sopra i vasi lungo le balconate che s’affacciavano sulla valle coi suoi alberi vestiti di verde. Quegli alberi erano, insomma, parte importante del paesaggio urbano e del vissuto del paese; non erano solo fatti di legno, ma di vita vera, privata e pubblica; erano tutti insieme cosa viva del passato che guardava al futuro; sono ora legni scoppiettanti che anonimi focolari stanno inghiottendo in questo triste e lungo inverno per i quali vorremmo giustizia.

Erano alberi che avevano un ruolo di appartenenza alle nostre tradizioni, alla cultura, agli spazi pubblici e ai beni comuni, alla comunità, alla nostra Comunità, e la “tabula rasa” offende, sfregia e mutila il paesaggio, inteso come “il viso amato della Patria” per dirla con le parole del filosofo Benedetto Croce.

Sul teatro di guerra, allungatosi prepotentemente sulle due piazze per tre giorni e due notti, si affacciò sullo sfondo, sotto un barlume di ultima luce, un cipresso che svettava come una sentinella, desolata nel suo pianto per tutti gli alberi caduti.

La bella sindaca, ancora accesa da ira funesta, s’inalberò di insano orgoglio e, indicandolo con l’indice, come nella postura della statua del soldato del monumento ai Caduti, cercò nel suo delirio finale di mobilitare contro di esso le metalliche e stanche motoseghe, a corto ormai di miscela.

Stava per lanciare il suo ultimo assalto…

Ma una voce … una voce, più saggia, si levò tra le ramaglie e gonfiandosi gridò da lontano: “Sindaca! Sindaca, si fermi! Per amor del Cielo, si fermi! Quel cipresso è in proprietà privata!”

Nell’orto privato, sotto la torre longobarda di Parapuorto, il cipresso rimane l’ultima e inconsolata sentinella verde che svetta da lontano sulle piazze di Malvito. E’ la punta più alta di verde ortivo che resiste, ma anche espressione metaforica oltre che simbolo di chi vuole farcela per rinverdire le radici della nostra casa comune: Malvito, perché camminando siamo stati tutti alberi e fiori.