Luca, medico e “novello” uomo di scienza

Il vento di maestrale avvolgeva con insolita dolcezza la pioggia, che cadeva lievemente obliqua, come al tempo stesso sferzava i baveri dei cappotti e dei giacconi, destinati tra poco a concedersi al letargo negli armadi estivi, quando dal livello più in basso dei parcheggi sotterranei giungemmo in gruppo, emozionati da suscitare tenerezza e curiosità, a riveder all’uscita, sotto un lembo di cielo che sbriciolava fitte gocce di pioggia, il corrimano uggioso, più che bagnato, e tuttavia afferrato da alcuni di noi un po’ per emozione e un po’ per sano imbarazzo prima di muoverci nei nostri vestiti eleganti e di festa per fare pochi passi ancora fino a guadagnare i gradini e l’ingresso dell’edificio dell’aula magna della Facoltà di Medicina al Policlinico di San Martino a Genova.

Sfiorati da poche gocce d’acqua entrammo nell’auditorium e prendemmo posto nel settore degli scanni, in alto a sinistra.

Aspettiamo l’apertura della seduta scambiandoci sorrisi con solo poche parole lievemente sussurrate o biascicate al vicino di posto, mentre gli occhi vagano fluttuanti a cercare i candidati, stretti nei loro banchi sotto nel fausto catino dall’altro lato dell’aula, ansiosi di illustrare le loro tesi, appena rilegate di pelle o di similpelle rossa o di colore azzurro o blu.

Seguendo un invisibile occhio di bue, si punta quindi il lungo tavolo della tribuna, ancora vuoto, ma in attesa di accogliere a momenti la Commissione.

Passano solo pochi minuti e li vediamo entrare in aula, come in processione, colle loro toghe da antichi romani con frange e grillotti argentati da cerimonia ufficiale a ribadire il tono solenne della seduta, mentre procedono in perfetto numero di parità di genere: cinque professoresse e cinque professori.  

Tocca ad una donna – bionda, bella e avvenente e chissà con quante pubblicazioni scientifiche sulle spalle – di guidare il magnifico corteo, la Commissione e presiedere i lavori della seduta di laurea.

Al di qua dell’aula magna, c’è un’altra donna, non meno importante , stretta dall’emozione e dalla paura che quasi si nasconde un po’ per discrezione, un po’ per tenersi lontana, col suo vestito di sobria e raffinata seta bordeaux, dagli occhi e dallo sguardo di suo figlio, il primo in basso a sinistra negli scanni dei candidati, per non mettergli ansia e pressione, pensa la povera donna con ingenuità o forse con il giusto tatto di innato sapore contadino.

Intuisce , col suo cuore di mamma, che è il  momento di farsi ancora più minuta e defilarsi dagli spalti grondanti di pubblico eccitato e ansioso: un modo che la donna escogita nel tentativo di proteggere ancora una volta suo figlio, che non ha più bisogno delle sue protezioni e cure amorevoli. Tuttavia, lei è lì racchiusa in un timido gesto che vuole ancora proteggerlo. Ma, i suoi occhi lucidi, benché ispirati di antica saggezza, la tradiscono: Luca, per fortuna, non può vederli. E non proverà per ora alcuna emozione. È siderale la distanza tra i due: troppi ordini e livelli di scanni di legni pregiati li dividono. Così, Luca, in attesa del suo turno al microfono dall’altissima tribuna, si limita a battere in modo sincronico ed elegante i polpastrelli delle sue dita, bianche come marmo di Carrara, sulla sua tesi di colore rosso sangue per allentare e ingannare la tensione del momento solenne.

 Si mescolano nelle sue mani la tipica luce di neon, che hanno comunemente tutti gli studenti che frequentano da anni le mense universitarie, e l’aria, oserei dire il candore, del suo aspetto di eterno ragazzo.

È il suo turno.

E dalla tribuna, Luca, con la sua voce stentorea e sicura, snocciola ragionamenti, studi, bibliografie, numeri, analisi e terapie contro i tumori e altre riflessioni, di cui io non sono in grado di scrivere – e di questo chiedo scusa ai miei lettori – e lì, in quel momento, nessuno più lo considera un ragazzo o un acerbo giovane, ma uno studioso avveduto con solide letture scientifiche alle spalle.

E ora le sue spalle, benché gracili, appaiono addirittura simili a quelle di Atlante che regge il peso del mondo e del cielo con uno sforzo immane, ma sicuro.

È un trionfo!

È il trionfo di Luca, il cui 110 con lode la presidente della Commissione annuncia con un insolito e larghissimo sorriso e un ampio gesto del braccio a titolo di vero compiacimento e unanime consenso; è il trionfo del ragazzo dal tratto educato e gentile che ho conosciuto più di vent’anni fa; è il trionfo anche della mamma Sonia, che si è consegnata anima e corpo ad una vita di sacrifici e stenti per questo momento. Ma non piange perché sa che il marito, “Maruzzu” , farebbe peggio. Ora si trattiene per non far sciogliere Mario, che tutto l’anno si divide tra gli ulivi che coltiva sui crinali di Malvito e i ragazzi che sorveglia a scuola, in un irrefrenabile pianto di gioia. 

Sì, il 110 con lode un pochino appartiene anche a loro due, Mario e Sonia. E hanno ragione di piangere a dirotto.

Sei anni addietro, all’indomani del conseguimento da parte di Luca della maturità scientifica, gli scrissi un biglietto d’auguri che recitava pressappoco così: “Che la Luce della Sapienza ti illumini sempre!” 

Avevo intuito il suo valore di promettente intellettuale. Ha scelto poi di diventare medico. E il 110 con lode ci parla di Lui come “novello” uomo di scienza!

I medici si dividono, per dirla con le parole di Umberto Saba e buttarla ora in letteratura, in buoni e cattivi:

“Non v’è quasi altra differenza fra un medico buono ed uno cattivo che questa : il primo è innamorato della guarigione, il secondo della malattia.”

Caro Luca, rimani sempre fedele innamorato della guarigione! E che la tua Luce di Sapienza possa presto illuminare anche Malvito!