Uscirà, nei prossimi giorni, la stampa del Libro Bianco, “Distruzione di bellezze naturali a Malvito”, alla cui stesura ho contribuito, insieme ad Annarita Guaraglia e Giuseppe Amedeo Turano, all’indomani del grave abbattimento delle vetuste conifere che ha sconvolto il paesaggio urbano in piazza Monumento e in piazza Gramsci. E di cui qui ne anticipo la “prefazione” col mio registro e timbro. Immagino che nessuno mai abbia presentato un Libro Bianco di denuncia di distruzione di bellezze naturali introducendo l’argomento coi versi della Divina Commedia, Inferno, Canto XIII, quando Dante nel secondo girone del settimo cerchio si trova davanti un paesaggio sconvolto: un bosco fatto di alberi dai rami nodosi e devastati.
Da un albero, un pruno, cominciano ad uscire parole e sangue:
Allor pors’i’ la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e il tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a gridar: Perché mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietate alcuno?
In realtà, non sono alberi, ma i corpi di uomini che esercitarono violenza contro se stessi. E tuttavia, il primo sotto forma di albero protesta: Perché mi spezzi? Non hai neanche un po’ di pietà?
A parlare è Pier delle Vigne. Dante lo fa parlare. E il povero dannato – accusato ingiustamente di tradimento quand’era alla corte di Federico II, finisce in carcere, e, piuttosto che accettare l’infamia, preferì suicidarsi – trova quindi comprensione e compassione nell’animo del Sommo Poeta.
Mentre nessuna compassione e neppure pietà ha avuto il sindaco di Malvito, Francesca D’Ambra, che, con premeditazione e colpa grave, ha distrutto le due belle aree di verde pubblico cittadino in piazza Monumento e in piazza Gramsci a Malvito.
Gli alberi nel centro storico di Malvito non sono venuti dal nulla. Sono il frutto di generosi impianti di verde urbano che, soprattutto, nella seconda metà degli anni Ottanta sono stati realizzati, grazie alla corale passione delle “mie” Amministrazioni. E dall’entusiasmo di quei giovani straordinari che sostenevano le azioni del Comune: Luigi Celestino, Francesco Ciniglia, Eugenio Dante Vercillo, Mario Novello, Gianni Orefice e Salvatore Gramigna che doverosamente ricordo qui per il loro impegno quotidiano e per la loro fattiva e costante presenza nella vita amministrativa di quegli anni.
Ci abbiamo messo l’anima, aiutati anche dalla spinta e dalla passione politica di Gianni Amelio, professore e filosofo, il cui raffinato e lungimirante impegno intellettuale mi permetto qui di ricordare perché la sua sapienza e la sua visione mancano a Malvito.
La passione e l’entusiasmo di quegli anni hanno consentito di portare avanti quei progetti, poi realizzati, di verde pubblico urbano insieme a punti di verde attrezzato con pruni ornamentali dalle foglie sanguigne e dai piccoli fiori rosa, che spuntavano tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e con ligustri piantati in ogni possibile slargo nei vicoli, lungo la via del Girone, e un po’ ovunque. Anche nel cimitero, ove le siepi dei ligustri come antiche ciaramelle e flautati pifferi affidano al vento candide melodie e lamenti.
E ci sono cipressi sulla via comunale delle Granatelle, sotto piazza Monumento, conifere qua e là e magnolie dai fiori bianchi e carnosi in piazza Gramsci. Un ornello, rubato alle campagne dove cresce spontaneo, viene messo a dimora in un vicolo cieco a dare luce. Mentre, il nostro conterraneo, Corrado Alvaro, in Gente in Aspromonte, racconta di uno specialissimo: “Sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l’orgoglio del luogo e che fiorisce a primavera lassù.”
Dai vivai dell’ESAC, l’ente regionale di sviluppo agricolo della Calabria, sono venuti anche centinaia di cedri di tutte e tre le specie, insieme a catalpe, palme e palmette varie, qualche cycas giapponese di cui un esemplare superstite resiste in un piccolo vaso che, sulla terrazza di piazza Monumento, invoca inutilmente da anni di essere rinvasata.
Tra gli affioramenti delle rocce ofiolitiche al Serrone, partorite dagli oceani di un’antichissima era geologica in cui le nostre acerbe terre affogavano, non mancano le acacie di Costantinopoli dalle speciali fioriture rosa a creste di gallo, e alberi coi loro delicati fiori lilla, il cui nome non mi sovviene. Ma il lilla dei suoi piccoli fiori ti turba e t’appassiona. Da anni aspettano una potatura, come l’aspettano le gioconde catalpe alla Difesa.
Migliaia di oleandri, che formano un’ampia e gonfia cuffia di bianco punteggiata da altri colori tra il Castello, la Difesa e il Calvario, ti costringono con gli occhi all’insù se li guardi dalla Piana di Malvito: una spettacolare distesa di bianco accecante. Mentre le palle di neve affidate alle aiuole sono andate perdute. Come i sambuchi che ritroviamo tra i sassi e le cotiche erbose del fiume Esaro o del torrente Crispo, ma non più al Girone:
“Vieni, la neve dei sambuchi è fatta per pioverti sul capo, se li scrollo” scrive, in una delle sue opere, la scrittrice e poetessa Corinna Teresa Ubertis, più conosciuta col suo pseudonimo Tèrèsah. E’ un gioco che, al Girone, sotto il cielo di Malvito, abbiamo fatto infinite volte quando si era fanciulli. Non ci sono più sambuchi in paese. Ma, si apprezza ancora il profumo avvolgente e inebriante delle siepi di pitosforo nelle aiuole tra il Serrone e il Polo Scolastico.
Sono invece solo ricordi di dolce bellezza le rosse camelie nei vasi lungo via Aldo Moro. Mentre le tante piantine con le loro bacche rosse, messe a dimora in più punti e in parte sopravvissute tra i due tornanti stradali sotto la piazza, le ritrovo grazie alla complicità del felice inizio della poesia Sera d’ottobre di Giovanni Pascoli:
“Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche”.
Ora lungo le strade cittadine e nelle piazze non vi sono più alberi né verdi chiome che offrano spunti per dilungarsi sotto la frescura in conversazioni accorate o per coltivare romantici e poetici itinerari. Le passeggiate, divenute rare, sono un mesto andare avanti e indietro dal monumento ai Caduti al Calvario e … e non più
“Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina”.
E’ sempre Pascoli che mi sostiene con la sua intima e struggente poetica.
Non ci sono più né alberi né foglie, ma un’infinita desolazione! Il perno attorno al quale ruota la storia principale del Libro Bianco è questa triste cronaca di una morte annunciata di alberi maestosi e belli per dirla parafrasando il romanziere Gabriel Garcia Marquez.
Ma, la ragione vera per cui abbiamo voluto la stesura di un Libro Bianco per raccontare la Distruzione delle nostre Bellezze Naturali tra storia, geografia, morale e politica è perché i cittadini onesti di Malvito si sentono soli e senza conforto di giustizia da troppi anni. Mentre il territorio versa in uno stato di degrado e di abbandono.
Ricordiamoci le letture letterarie di Cesare Pavese: “ Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
Ora le Nostre piante non le troveremo più arrivando in paese o rientrando dai nostri brevi o lunghi viaggi: non saranno più testimoni del nostro tempo.
Tra le pietre e le case addossate le une alle altre siamo cresciuti e ci siamo istruiti. E sotto quelle “grandi acacie fiorite pioveva un silenzio strano” come strani erano i nostri silenzi trattenuti di fanciulli penetrando tra “quei grappoli bianchi che parevano corimbi di farfalle penduli al sole” per dirla con la prosa sublime del Vate, Gabriele D’Annunzio. Mentre le nostre ripide salite e le ardite discese andavano anch’esse “rabbuiandosi tra le acacie che si sporgevano a grappoli, a ombrello” come scrive con delizia letteraria lo scrittore italiano di Pola, Giovanni Arpino.
Ci siamo commossi vedendo gli alberi coricati nel loro ultimo respiro tra l’acre profumo dell’asfalto bagnato e le tenebrose tomaie degli scarponi dei taglialegna. E come poveri cristi impotenti ci commuoviamo ora tutti, perché lì, sotto quelle grandi chiome verdi, siamo divenuti comunità, siamo stati bambini a caccia di lucciole e tifoserie impazzite giocando con le figurine Panini dei nostri campioni, poi siamo divenuti militanti di fedi politiche avverse le cui tensioni ideali affondavano nei nervi e nel sudore delle nostre lotte e del difficile confronto proprio lì, sotto quelle loro verdi frescure, i cui rami reggevano stoffe variamente colorate ch’erano bandiere di idee e di partito, quando non se ne cedeva l’ambito refrigerio di foglie alle bancarelle delle feste cittadine o all’ospizio dei vecchi, inchiodati alle panchine.
Quindi, è lì, sotto quelle foglie, che ci siamo divertiti con purezza bambina, poi innamorati, amati, combattuti, imbiancati e raccontati per più di sessant’anni con parole, progetti di vita, fantasie visionarie, favole ingannevoli, struggimenti d’animo, fatti reali, stravaganti e simbolici e sogni divenuti, talvolta, anche realtà.
Sotto quelle chiome siamo stati uditori rapiti dei racconti degli adulti, che furtivamente divennero per noi ammaestramenti di vita via via che, smaliziati, cominciammo a decodificare la grammatica dei sentimenti e quella dei venti di tutte le passioni. Accadde con la stessa facilità con cui i raggi del sole, penetrando tra le chiome delle acacie, ci cadevano addosso come fulminee e fastidiose occhiate di fuoco, addolcite dai profumi intensi del basilico e della menta, che insieme si spandevano sopra i vasi lungo le balconate che s’affacciavano sulla valle coi suoi alberi vestiti di verde. Quegli alberi erano, insomma, parte importante del paesaggio urbano e del vissuto del paese; non erano solo fatti di legno, ma di vita vera, privata e pubblica; erano tutti insieme cosa viva del passato che guardava al futuro; sono ora legni scoppiettanti che anonimi focolari stanno inghiottendo in questo triste e lungo inverno per i quali vorremmo giustizia.
Erano alberi che avevano un ruolo di appartenenza alle nostre tradizioni, alla cultura, agli spazi pubblici e ai beni comuni, alla comunità, alla nostra Comunità, e la “tabula rasa” offende, sfregia e mutila il paesaggio, inteso come “il viso amato della Patria” per dirla con le parole del filosofo Benedetto Croce.
Sul teatro di guerra, allungatosi prepotentemente sulle due piazze per tre giorni e due notti, si affacciò sullo sfondo, sotto un barlume di ultima luce, un cipresso che svettava come una sentinella, desolata nel suo pianto per tutti gli alberi caduti.
La bella sindaca, ancora accesa da ira funesta, s’inalberò di insano orgoglio e, indicandolo con l’indice, come nella postura della statua del soldato del monumento ai Caduti, cercò nel suo delirio finale di mobilitare contro di esso le metalliche e stanche motoseghe, a corto ormai di miscela.
Stava per lanciare il suo ultimo assalto…
Ma una voce … una voce, più saggia, si levò tra le ramaglie e gonfiandosi gridò da lontano: “Sindaca! Sindaca, si fermi! Per amor del Cielo, si fermi! Quel cipresso è in proprietà privata!”
Nell’orto privato, sotto la torre longobarda di Parapuorto, il cipresso rimane l’ultima e inconsolata sentinella verde che svetta da lontano sulle piazze di Malvito. E’ la punta più alta di verde ortivo che resiste, ma anche espressione metaforica oltre che simbolo di chi vuole farcela per rinverdire le radici della nostra casa comune: Malvito, perché camminando siamo stati tutti alberi e fiori.
