Mario Carbone, il suo battesimo artistico a Malvito

La morte del grande Maestro mi porta a scrivere ora, senza più tenerle solo per me, grazie al racconto che mi fece mio padre Antonio, circa le emozioni e la commozione autentica di quei ragazzi di Malvito che – a cavallo grossomodo tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi dei Cinquanta del Novecento –  ebbero modo di incuriosirsi e stupirsi per la presenza di una troupe cinematografica ch’era venuta a girare un film documentario nel cuore dei vicoli.

A dirigere la troupe vi erano due giovanissimi cineasti: il veronese Axel Rupp e il calabrese Mario Carbone. Nelle vene di quest’ultimo scorreva sangue malvitano e sansostese.

Mario, figlio della nostra concittadina Anita Vetere e di Rosario Carbone, ebbe un’infanzia e un’adolescenza lungamente passate nel cuore dei vicoli di Malvito, e  più precisamente nel palazzo più caro ai malvitani, quello che continuiamo a chiamare il Palazzo Vescovile, ch’era, ed è rimasta sino a quasi fine secolo, la casa dei nonni materni. “Zia” Elvezia ne è stata l’ultima della famiglia Vetere ad abitarla. E anche le spoglie mortali di Anita Vetere e Rosario Carbone, genitori del grande Maestro, riposano nella cappella di famiglia nel cimitero di Malvito.

La vita artistica del grande Maestro è segnata da grandi incontri  e collaborazioni ( Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Mario Soldati, Cesare Zavattieri e altri ) e da molti premi e successi. Tra questi, il Premio San Marco al Festival di Venezia e  il Nastro d’Argento. Mentre ha girato per la Rai diverse decine di film documentari.

Pochi sanno invece che il suo battesimo artistico ha avuto come teatro di scena Malvito coi suoi scorci, i suoi panorami e i suoi uomini coi loro animali, che sono divenuti protagonisti della sua opera prima: ” Un asino per Cristiano”, in coregia con Axel Rupp. Questo suo primo lavoro, girato in 16 mm, gli valse peraltro il primo premio al Festival di Cinematografia di Salerno. Un successo ragguardevole. Un’opera prima che, tra i documentari e i cortometraggi, si impose in un Festival, quello di Salerno, nato nel 1946, che per importanza veniva subito dopo la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Mentre esprimeva ancora tutta la carica e tutto il riverbero di forza e di energia di una città, Salerno, divenuta Capitale d’Italia nel 1944, le cui spinte di rinascita e riscatto insieme ai fermenti culturali erano vivissimi e potenti.

In questo particolare contesto di vivacità culturale, benché fossimo appena usciti dalla guerra, Mario Carbone vince il suo primo premio. E’ davvero peccato che di questa sua opera non sia rimasta traccia, dato che gli archivi dello stesso Festival diano conto e testimonianza solo delle opere degli ultimi decenni. Mentre la ricerca di quest’opera, fondamentale anche ai fini della ricostruzione della filmografia del nostro cineasta, non ha avuto sinora successo.

Col grande Maestro ebbi modo di parlare più di una volta a Malvito, quando veniva in visita dai suoi parenti oltre che per omaggiare i resti dei suoi cari, custoditi nel cimitero comunale. In un’occasione, e più precisamente quando a Malvito si teneva il “Malvito Arte Festival Calabria Provenza”, parlammo anche della possibilità di una sua mostra. Ma in quel momento non vi erano le condizioni: lui era un affermatissimo Maestro e il Festival aveva sedi insufficienti e  un modestissimo budget per poterla allestire. Non se ne fece nulla e, finita la straordinaria primavera culturale di Malvito Arte, svanì anche l’ambizioso progetto di una grande mostra da dedicare al Maestro Mario Carbone.

Mentre della sua opera prima, “Un asino per Cristiano”, ne scrivo con gli sguardi presunti dei “ragazzi di strada” – e tra questi vi era quello acutissimo di mio padre Antonio – che, fuori campo, grazie alle cineprese dirette da Axel Rupp e Mario Carbone, scoprono l’arte cinematografica e il loro piccolo paese sotto una nuova luce, e cioè, come bene di valore culturale e patrimonio di grande umanità.

I loro sguardi sono eccitati e stupiti e così si posano e si concentrano anch’essi, insieme agli obiettivi delle cineprese, su quegli uomini e quei contadini dai volti immutabili, antichi come Mosè, avvolti in arcaici mantelli con borchie di latta e muniti di morbidi e alti baveri di velluto o lana, mentre camminano tirandosi sù con affanno per le ripide salite nel ventre dei vicoli o seduti agli scalini di accesso alle loro povere case. Sono appena tornati dalla dura fatica nei campi coi loro asini. A queste speciali creature dalle lunghe orecchie viene inaspettatamente tributato l’onore delle cineprese da cui vengono riprese sin dalle prime ore dell’alba, mentre l’aurora si prepara a rosseggiare sui tetti, quando lasciano le stalle per dirigersi come in processione alle “terre” per poi rientrare in paese dal Girone o dal Calvario e riconciliarsi con le mura calde e amiche dei loro ricoveri sotto le case, addossate e affastellate come alberi  in una fitta foresta.

Dall’alba al tramonto uomini e asini rinnovano il loro patto, cioè la loro “santa alleanza”: partire, lavorare nei campi e tornare insieme. La fatica era la loro vita. Era il senso della loro unione.

Gli asini tornano carichi e stanchi, senza più un filo di fiato per ragliare. La sosta, prima del paese, alla vecchia fontana con annesso abbeveratoio è provvidenziale per giungere sani nelle stalle in cima alla collina. Persino le donne e le ragazze uscite di casa per attingere acqua, accettano volentieri di dar la precedenza a quelle povere bestie, sfinite. Barili, damigiane e cucumi, sospesi tra cielo e terra sul capo incorruttibile di queste portatrici d’acqua di nobile e antica bellezza greca, che siano fanciulle o  giovani spose o donne mature, aspettano senza scomporsi il loro turno. Poi con lo scalpiccio degli zoccoli sui ciottoli del selciato riprende il suono di quella musica immutabile e lontana.

Ma affaticati e stanchi sono anche i loro padroni che, col fiato profumato di fichi e le mani callose, mostrano i segni del loro comando supremo; un comando che spunta da sotto i mantelli: verghe di rami di fico, raramente usate.

E’ tutto quello che vedono con occhi ora più ispirati e grati i ragazzi dei vicoli, mentre Axel Rupp, giovane cineasta italiano di Verona, malgrado il suo nome, parla in un italiano morbido e sconosciuto alle nostre latitudini. Gli si oppone in conversazione Mario Carbone con la sua bella voce dal timbro caldo e mediterraneo, mentre tutti e due si preparano per dare il “Ciak, si gira!”

I ragazzi sono venuti a curiosare e scoprono, senza volerlo, l’originalità delle riprese cinematografiche e, quindi, l’originalità dello sguardo antropologico e intimista dei due giovani e promettenti cineasti, totalmente immersi nella realtà di questa santa alleanza per il lavoro e la vita tra l’uomo e il più umile degli animali, l’asino. Non è un caso che l’opera prima di Mario Carbone, si intitoli appunto “Un asino per Cristiano”, dove l’asino diventa a pieno titolo parte essenziale del mondo di quei poveri cristi che faticano e lottano per un pezzo di pane, che cuoce nei forni davanti agli usci o nelle soffitte di quelle case annerite dal sole e dal fumo. E soffritte di antichi sapori e di storia e cultura.

A Malvito, in quegli anni, l’uomo si serve inoltre del suo braccio destro, l’asino, aggiogato alla stanga, per far girare le macine dei quattro trappiti  per la molitura delle olive che donano l’olio. A questo povero cristiano di asino spetta ancora in autunno di caricarsi più volte al giorno di due o più grandi ceste di canne e salici intrecciati e portarli pieni di grappoli d’uva di qua e di là del basto dalle vigne, coltivate nella montagna di Parite, sino in cima al paese seguendo per sentieri e tratturi approssimativi e pericolosi. La vendemmia porterà il vino novello.

Così, la Trinità Terrena  – fatta di pane, di olio e di vino –  si adempie e nutre gli ultimi scampoli e residui di un tempo ormai andato sotto il segno dell’antica alleanza tra l’uomo e l’asino. Anzi, tra l’uomo e un asino fattosi Cristiano. Sono gli ultimi segni di un mondo che via via scompare e che Mario Carbone, avendolo intuito prima di tutti gli altri, ha saputo catturare per fecondare di civiltà e cultura la nostra memoria condivisa.

Grazie Maestro anche per le immagini mai viste, ma il cui nobile racconto mi è giunto nitido, bello e palpitante.