È la prima domenica senza Francesco. Siamo orfani del Padre degli ultimi, della pace e della speranza. Abbiamo ragione a sentirci smarriti e tristi come i discepoli nella Chiesa delle origini. E ci chiediamo: chi verrà al suo posto?
La luce dello Spirito Santo potrebbe nuovamente baciare la porpora di un outsider lontano dalla curia romana e, persino, darci in dono un porporato in continuità con il magistero di Francesco. Dopotutto, Francesco ne ha nominati moltissimi di cardinali nei suoi dodici anni alla cattedra di Pietro.
Potrebbe venire dal terzo o quarto mondo. O potrebbe essere un europeo o di cultura anglosassone. E, al tempo stesso, essere in una sorta di continuità misurata col pontificato appena conclusosi, così da darci il segretario di stato, Pietro Parolin, come Papa.
Potrebbe essere nuovamente un italiano e, insieme a Pietro Parolin, ce ne sono almeno altri due di cui si sta scrivendo molto: Pierbattista Pizzaballa e Matteo Maria Zuppi.
Ma, potrebbe essere addirittura chi, al momento, appare fuori dai giochi perché “troppo” giovane e troppo caratterizzato come servo della Chiesa “del grembiule” (nel senso di pastore degli ultimi e dei poveri in continuità con una Chiesa che deve servire e mantenersi in cammino) com’è il calabrese, arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia.
Sarebbe un’altra rivoluzione!
L’arcivescovo Battaglia intanto si è smarcato negli ultimi giorni trovando visibilità in un’intervista a Repubblica, quando a proposito delle ipocrisie dei grandi del mondo, ha dichiarato senza mezzi termini: “I potenti alle esequie del Papa come Erode con il Battista”. E ancora: “c’è il rischio di beatificarlo a parole, per dimenticarlo nei fatti. Lui parlava chiaro, senza fare sconti come fanno i profeti”.
Insomma, la Chiesa di Roma potrebbe contare con Don Mimmo Battaglia su di un nuovo pastore con l’odore delle pecore e degno successore di Francesco.
Al momento non appare tra i papabili. E, forse, proprio questa sua particolare condizione potrebbe aiutarlo. Per questo, nell’ipotesi – tutt’altro che remota – di disappunti e discordie sull’eventuale scelta del candidato italiano “giusto”, potrebbe spuntare proprio il suo nome.
Sarebbe un’altra rivoluzione, peraltro in continuità con Francesco, avere come papa l’arcivescovo di Napoli, città bella, generosa e difficile, nato in una terra, la Calabria, da sempre tra le ultime d’Europa nelle classifiche delle regioni del benessere.
Chissà… incrociamo le dita.
Intanto, il Consiglio comunale di Malvito, nella sua ultima tornata del 23 aprile scorso, ha commemorato Papa Francesco.
Ecco il mio breve intervento che, qui, di seguito, pubblico integralmente:
Associandomi ai pensieri del sindaco Francesca D’Ambra, desidero a nome dei tre gruppi di Opposizione e mio personale, oltre che dei consiglieri Annarita Guaraglia e Amedeo Turano, rivolgere un deferente e grato messaggio di cordoglio, commozione e compassione per la morte del Santo Padre Francesco, la luce tanto attesa, venuta a illuminare le nostre contrade e le nostre coscienze con un specialissimo occhio rivolto ai più poveri, ai più deboli e agli ultimi del mondo.
Ieri, leggendo da una mazzetta di giornali, tra i quali il Corriere della Sera e Repubblica, i principali del Paese, insieme al Messaggero, il giornale di Roma, il titolo che campeggiava a caratteri cubitali era “Il Papa degli Ultimi”. Mentre Il Sole 24 Ore, il giornale degli industriali e della Confindustria, scriveva “Il Papa degli ultimi e della pace” e Il Mattino di Napoli, il più importante giornale del Mezzogiorno, titolava “Il Papa del Sud globale”, dove evidentemente “sud globale” sta a indicare i più poveri, i deboli, i ritardi e le arretratezze dell’altro mondo ch’egli ha sempre inseguito, portato nel cuore e raggiunto nei posti più lontani e marginali.
Era il pontefice degli ultimi e tale connotazione non si perde nei punti di vista dei giornali e dei mezzi di comunicazione di tutto il mondo che colgono i sentimenti delle folle e le analisi degli studiosi.
Ma, qual è la “cifra” di Francesco? La Sua grandezza?
La Sua grandezza risiede e la si coglie nella sua opera che si è dimostrata capace di affiancare ai dogmi, cioè ai capisaldi espliciti e impliciti nella rivelazione divina o nei dettati della Chiesa (presenti peraltro in tutte le Confessioni) l’abbraccio della misericordia della sua Chiesa in cammino, che avvicina e non allontana, che include e non esclude.
Mai nessuno aveva fatto tanto prima di Lui e con tanta forza e intensità.
A tanto si aggiunge un’altra straordinaria qualità, e cioè, quella di essere stato un grande innovatore con le riforme che ha fatto e con quelle che avrebbe voluto fare, che non è ora, né qui, la sede per precisarle, tanto da essere talora osannato come rivoluzionario o, al contrario, temuto come distruttore della tradizione.
E come tutti gli innovatori ne ha subìto il destino: essere criticato sia dai progressisti sia dai conservatori.
Vogliamo perciò immaginarlo ora in Paradiso, riunito e abbracciato coi suoi bambini di Gaza, dei quali si preoccupava sempre e ai quali indirizzava ultimamente la sua telefonata serale per sincerarsi e assicurarsi delle loro condizioni, insieme ai bambini ucraini e ai bambini di tutte le 57 guerre sparse nel mondo che, già diversi anni addietro, lo hanno portato a denunciare lucidamente questa terza guerra mondiale che si combatte a pezzi.
Infine, lo ricordiamo per la sua certezza, la speranza cui ci affidiamo tutti, affidata e ribadita peraltro lo scorso mese di febbraio nella prefazione del recente libro di riflessione sulla vecchiaia dell’arcivescovo Angelo Scola, già patriarca di Venezia e poi arcivescovo di Milano, laddove il Santo Padre scrive “la morte non è la fine ma un nuovo inizio”.
Grazie Papa Francesco.
